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Brexit, scontro a Westminster. Stuart (politologo): sta vincendo il populismo

Politica "tribale", partiti allo sbando,mancanza di una costituzione scritta, Paese profondamente diviso: Mark Stuart, docente di politica e relazioni internazionali all’Università di Nottingham, analizza per il Sir la convulsa fase che sta agitando la Camera dei Comuni e l'attività del governo presieduto da Boris Johnson.  Possibile ricorso anticipato alle urne. "Ci stiamo avviando verso una rottura con l’Ue, il 31 ottobre, e sto facendo provviste di cibo preparandomi al peggio"

Mancanza di una legislazione scritta e una politica “profondamente tribale” che fa sì che i due partiti più importanti, laburisti e conservatori, non siano abituati a collaborare: queste sarebbero le ragioni del caos che sta travolgendo il parlamento di Westminster secondo Mark Stuart, docente di politica e relazioni internazionali all’Università di Nottingham. “La Gran Bretagna non è abituata a governi di coalizione nell’interesse nazionale e Brexit sta mettendo in evidenza tutte le divisioni che esistono dentro i partiti e nel Paese”, spiega l’esperto. “La questione-Europa ha sempre generato grosse tensioni nel nostro Paese. Anche nel giugno del 1975, quando la Gran Bretagna decise di entrare, per la prima volta, nel mercato unico, il premier laburista Harold Wilson lasciò i suoi ministri liberi di votare come volevano perché il suo gabinetto era diviso sulla questione. Proprio come è successo con David Cameron – promotore del referendum sul Brexit – nel 2016, quando il 52% dei cittadini britannici hanno scelto il recesso dall’Unione europea”.

È molto difficile, quindi, fare previsioni su quello che succederà, dopo che il premier conservatore Boris Johnson sembra aver perso la maggioranza alla camera dei Comuni?
Posso immaginare che cosa capiterà tra oggi e domani. Boris Johnson proporrà una mozione per ottenere elezioni generali ma, secondo la legislazione introdotta nel 2011 sui tempi parlamentari, il governo deve avere i due terzi dei voti di Westminster per farla approvare e ha, quindi, bisogno dei voti laburisti. Ritengo che Jeremy Corbyn (leader laburista, ndr) sceglierà l’astensione, a meno che il premier non si impegni su una data precisa per il voto come il 14 ottobre. Il leader Labour ha paura che il primo ministro possa cambiare il giorno delle elezioni, anche all’ultimo momento, con una procedura di acclamazione con la quale i deputati urlano per ottenere una certa soluzione. Se Johnson riesce – posticipando la data delle elezioni – a estendere la campagna elettorale oltre il 31 ottobre, infatti, il Regno Unito uscirà dall’Unione europea senza un accordo, come vuole il premier”.

Si parla di una mozione di sfiducia con la quale gli stessi membri del partito Tory voteranno contro il loro governo per poter tornare alle urne. Cosa ne pensa?
È possibile, anche se la legislazione del 2011 dice che se un voto su una mozione di sfiducia viene sconfitto, occorre un periodo di riflessione di quattordici giorni, quando qualunque partito o coalizione può andare al potere, purché ottenga il sostegno della Camera dei Comuni. È perfettamente possibile che, in questo lasso di tempo, un governo di coalizione venga formato con laburisti, ribelli conservatori e liberaldemocratici – guidato da Kenneth Clarke, un conservatore europeista che è il deputato con più anni di servizio, o Harriet Harman, una laburista, anche lei da moltissimi anni alla Camera dei Comuni – con l’unico obiettivo di ritardare il recesso dall’Unione europea. Il premier Johnson vuole elezioni generali perché pensa di poterle vincere dal momento che, secondo gli ultimi sondaggi, il partito Tory, con il 35%, è di dieci punti avanti rispetto a quello laburista, che è dato al 25%. La realtà è che il risultato elettorale, quasi sicuramente, produrrebbe un “hung parliament”, ovvero un parlamento dove nessun partito ha la maggioranza.

Boris Johnson ha deciso di espellere dal partito conservatore ventun parlamentari con grande esperienza, molto stimati, soltanto perché non appoggiano la sua strategia di rottura con l’Unione europea. Il partito di governo appare dunque lacerato al suo interno…
Stiamo assistendo a una “purga” dei moderati o, si potrebbe anche dire, a una “Ukipificazione” dei Tory (l’Ukip è il partito populista che è stato tra i grandi sostenitore dell’uscita del Regno Unto dall’Ue, ndr). Insomma il partito conservatore assomiglia sempre di più a un movimento populista e nazionalista che vuole il Brexit a tutti i costi. Si tratta di un cambiamento drammatico e rapidissimo che mi lascia senza parole. Non riesco a credere che quello che è, da sempre, il partito degli uomini d’affari non si preoccupi delle tremende conseguenze economiche del “no deal”, l’uscita senza accordo dalla Ue. Si tratta, purtroppo, di strategie di sopravvivenza. Mentre i laburisti stanno diventando il partito di chi vuole rimanere nell’Unione, perché la maggioranza dei suoi membri ha scelto questa posizione, i conservatori non hanno scelto e diventano così la voce di chi vuole andarsene dall’Unione. I Tory sono rimasti scioccati dai risultati delle ultime elezioni europee quando hanno ottenuto soltanto il 9% dei voti. Sono convinto che ci stiamo avviando verso una rottura con l’Unione europea senza accordo, il prossimo 31 ottobre, e sto facendo provviste di cibo preparandomi al peggio.

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