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Elezioni in una Bosnia-Erzegovina sempre più divisa. Vescovi: “I tre popoli abbiano gli stessi diritti”

Per il segretario generale della Conferenza episcopale della Chiesa cattolica, mons. Ivo Tomasevic, "i politici usano le nostre differenze non per trovare una via giusta per la convivenza ma per arrivare al potere, senza fare sforzi perché la vita delle persone possa cambiare in meglio con una economia funzionante e una cultura che promuove la riconciliazione"

Quattro presidenti, due vicepresidenti, cinque assemblee parlamentari e dieci cantonali. Gli elettori chiamati alle urne, domenica 7 ottobre, in Bosnia-Erzegovina sono appena 3 milioni 275mila, ma a causa del complesso sistema elettorale dovranno eleggere il Parlamento nazionale, la presidenza tripartita, i Parlamenti delle due entità – quella dominata dai serbi Repubblica Srpska e la Federazione di Bosnia-Erzegovina a maggioranza dei bosgnacchi e croati. Una situazione abbastanza complessa aggravata ulteriormente dalla retorica nazionalista che ha dominato la campagna elettorale.

La presidenza tripartita. I riflettori sono puntati soprattutto sui candidati per la presidenza statale, composta da 3 membri, rappresentanti le 3 etnie principali (serbi, croati e bosgnacchi). Tra i favoriti, per i croati, l’attuale membro della presidenza, il nazionalista Dragan Covic di Hdz Bih (Unione democratica croata), contro Zeljko Komsic di Df (Il Fronte democratico), per i serbi il presidente uscente della Repubblica Serba, Milorad Dodik (Snsd), contro l’altro membro attuale della presidenza Mladen Ivanic, e per i bosgnacchi Denis Becirovic dei socialdemocratici e Sefik Dzaferovic (Sda), presidente della Camera bassa del Parlamento.

Previsioni imprevedibili. A Sarajevo nessuno si fida molto dei sondaggi, in gran parte manipolati dai partiti politici. Ma le attese sono che i bosniaci sceglieranno di nuovo i vecchi partiti etnici: SDA, partito bosgnacco di Bakir Izetbegovic, due mandati, membro della presidenza, il croato HDZ di Covic e il partito serbo “Alleanza dei democratici serbi” di Dodik.

“Ancora prima delle elezioni ci sono state diverse irregolarità”,

spiega al Sir l’analista politica di Sarajevo Ivana Maric, che si aspetta numerosi brogli nel voto di domenica, “già segnalati dal fatto che nelle liste elettorali figurano persone decedute oppure residenti nel territorio che però hanno già votato all’estero”. Per uno che si imbatte per la prima volta nella politica della Bosnia-Erzegovina, il clima sembra strano e abbastanza teso, ma la Maric non è preoccupata. “Non è una situazione diversa rispetto alle altre elezioni che abbiamo avuto – precisa – anzi è un po’ meglio”. E aggiunge: “Nelle elezioni si nota sempre l’interferenza da parte dei Paesi vicini quali la Serbia e la Croazia. Tanto, dopo il voto tutti gli attacchi saranno dimenticati”.

I croati discriminati? Molti croati in Bosnia si sentono discriminati dal sistema elettorale perché il membro croato della presidenza può essere scelto con i voti dei bosgnacchi, più numerosi dei croati. Per Maric, però, “ciò non rappresenta un problema”: “Nella nostra Costituzione non è specificato che i croati votano per i croati, i serbi per i serbi e i bosgnacchi per i bosgnacchi. Si dice solo che la presidenza è composta da 3 membri, uno croato, uno serbo e uno bosgnacco. Ma i partiti interpretano le cose nel modo che conviene loro per vincere le elezioni”.

foto SIR/Marco Calvarese

Il parere della Chiesa. “In Bosnia ci sono due tipi di formazioni politiche – spiega il segretario generale della Conferenza episcopale della Chiesa cattolica, mons. Ivo Tomasevic-: quelle basate solo sul principio etnico e quelle che invece dicono che siamo tutti uguali”. A suo avviso, le persone continuano a votare i partiti etnici “per la paura di perdere quel poco di bene che hanno nelle località dove sono maggioranza nel Paese, ed essere assimilati dagli altri e preceduti a livello locale o nazionale”. Per mons. Tomasevic, è un problema molto sentito soprattutto dai croati, “il gruppo etnico meno popoloso”. Comunque, “anche se l’identità etnica è importante non bisogna dimenticare le altre priorità di cui si parla poco”.

La retorica nazionalista. “I politici usano le nostre differenze non per trovare una via giusta per la convivenza ma per arrivare al potere, senza fare sforzi perché la vita delle persone possa cambiare in meglio con una economia funzionante e una cultura che promuove la riconciliazione”, prosegue il segretario generale dei vescovi. Anche la Maric nota “un crescendo nella retorica nazionalista, soprattutto negli ultimi giorni della campagna elettorale”. “Forse è possibile un cambiamento in Repubblica Srpska dove l’Snsd di Dodik (l’attuale presidente) sta perdendo consenso, anche a causa del ‘caso David’, il ragazzo ucciso sei mesi fa a Banja Luka in circostanze molto misteriose”. Secondo Maric,

“Dodik, Covic, Izetbegovic e molti altri dei candidati che dominano la politica locale da oltre 20 anni sono dei personaggi contradditori, con un passato discutibile alle spalle, sospettati per corruzione”.

“Non hanno da proporre altro che la retorica nazionalista e la presunta difesa dell’interesse del popolo che rappresentano, per questo sono disposti a mettere a rischio la prosperità dei bosniaci per rimanere al potere”. Secondo Maric, il problema non è nella Costituzione o nell’Accordo di Dayton, ma nei cattivi politici.

Il messaggio dei vescovi. “Dopo la fine della guerra gli sfollati non hanno potuto tornare nelle loro case, la politica ha ostacolato molti sacerdoti e molti cattolici”, ribadisce il segretario generale della Conferenza episcopale: “Lo stesso, anche se in dimensioni ridotte, è successo ai musulmani e agli ortodossi”. “Negli ultimi anni – osserva – sono in molti ad andare all’estero oppure a trasferirsi in quelle zone del Paese dove la loro etnia è maggioranza”. Tutto questo preoccupa i vescovi locali che con un messaggio, confermato alla fine di settembre dalla Commissione “Justitia et pax”, invitano i cattolici a “votare e scegliere i rappresentanti che difendono i valori veri e il bene della gente”.

La via d’uscita, per Ivana Maric, potrebbe essere

“uno stato di diritto e un sistema giudiziario funzionante, allora le elezioni sarebbero libere, giuste e al governo ci sarebbero persone attente ai bisogni della gente”.

Nel messaggio ai cattolici per le elezioni, viene illustrato il candidato ideale che dovrebbe rispettare una serie di valori importanti. Mons. Tomasevic è convinto che “simili politici ci sono, ma la struttura del Paese, fatta dopo la guerra, non permette a questi candidati di andare avanti”. Comunque sia, l’auspicio è che “la maggioranza della gente voti i candidati pronti a promuovere diritti umani e libertà religiosa, che hanno intenzione di costruire insieme un’atmosfera buona e un’organizzazione del Paese dove i tre popoli costituenti abbiano gli stessi diritti e dove ogni cittadino indipendentemente dal posto in cui vive goda di tutti i diritti”. Allora, magari arriverà anche un po’ di benessere economico per questa martoriata regione.

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