Corridoi umanitari. Gualzetti (Caritas ambrosiana): “Già raccolti 100mila euro per chi è fuori dal sistema dell’accoglienza”

Per il direttore della Caritas ambrosiana Luciano Gualzetti quella che ci troviamo di fronte è una sfida culturale tra due modelli di società. Tra apertura e chisura. E annuncia: “Già raccolti 100mila euro per l’accompagnamento di chi è rimasto fuori dal sistema dell’accoglienza”

Fiumicino, 27 febbraio 2017: profughi in arrivo a Fiumicino tramite Corridoi Umanitari (Siciliani-Gennari/SIR)

Un progetto nato mettendosi in ascolto, guardando i volti di uomini e donne che hanno rischiato la vita per arrivare da noi: attraverso il deserto, il mare e le minacce che vi si nascondono. Un viaggio che resta impresso nella pelle e nell’anima di chi l’ha compiuto. “Abbiamo iniziato a parlare di Corridoi umanitari dopo aver ascoltato i racconti allucinanti delle sofferenze subite dai migrantidurante il viaggio. Di fronte a queste storie ci siamo chiesti: non è possibile un nuovo modo di arrivare in Italia soprattutto per chi ne ha diritto?”. A raccontare la genesi del progetto dei Corridoi umanitari è Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana, una delle Caritas delle diocesi italiane che ha aperto le porte ai profughi provenienti da Etiopia e Libano. Lo abbiamo incontriamo a Milano a margine del convegno in cui Caritas Italiana ha presentato “Oltre il mare” il primo rapporto sui Corridoi Umanitari verso l’Italia. Dei circa 500 migranti accolti 27 sono in diocesi di Milano, una cinquantina in Lombardia.

Direttore, siete stati tra le prime diocesi ad aprirsi a questo tipo di accoglienza. Cosa ha rappresentato per le vostre comunità?

Abbiamo visto nei corridoi umanitari la logica prosecuzione dell’accoglienza che già facevamo all’interno del sistema pubblico. Ovvero un’accoglienza diffusa, che mette al centro la comunità, chiamata ad essere protagonista in prima persona. C’è stato un lavoro di formazione e preparazione che è stato facilitato dal tempo, circa sei mesi, che è intercorso tra la nostra adesione al progetto e all’arrivo delle persone. Abbiamo fatto un lavoro per far comprendere quale era la sfida da assumersi, non solo sul fare, ma partendo da un cambio di sguardo, lavorando sulla percezione e sulle proprie paure. Quando sono arrivati i primi 21 profughi all’aeroporto di Milano a giugno 2018 sia andati ad accoglierli proprio con lepersone che se ne sarebbero presi cura.

C’è qualche storia che l’ha colpita maggiormente?

Le storie sono complesse. Potrei citare tra i nostri ospiti uno dei più grandi musicisti dell’Eritrea, una vera star tra i suoi connazionali che vivono in Italia. Lui, ad esempio, si è subito messo a disposizione per dei concerti. In generale stiamo però parlando di realtà fragili, famiglie fatte da genitori, tanti figli. Abbiamo anche un nonno che avrà ancora maggior difficoltà di inserirsi.

L’integrazione di soggetti fragili rappresenta un elemento di criticità, forse il più grande, di questo tipo di progetti ma ne rappresenta anche l’essenza.

La scelta è quella di consentire l’ingresso in Italia a persone da anni intrappolate nei campi profughi, in condizioni non dignitose; uomini, donne e bambini che mai avrebbero potuto muoversi diversamente.

Nel corso del convegno di oggi si è più volte richiamata la dimensione culturale dell’impegno di accoglienza della Chiesa italiana, ma anche la possibilità che l’apertura di corridoi umanitari possa essere un alibi per chi non vuol offrire alternative. Cosa ne pensa?

Il faro per la Chiesa resta la dignità delle persone e la coerenza con quello che si annuncia. Non si può annunciare il Vangelo e poi chiudere i porti o usare il Vangelo come un clava. C’è una dimensione etica e spirituale che ci guida, ma siamo anche cittadini che vivono in un contesto politico e siamo chiamati a lavorare perché le singole persone e le comunità nelle loro scelte vadano in una direzione evangelica. La sfida è culturale ed educativa, ma è anche pratica. Perché se fai male l’accoglienza, se rispondi in maniera inadeguata all’emergenza, la situazione che si crea ti si può ritorcere contro alimentando paure e resistenze. Dobbiamo accogliere non con buonismo, ma con realismo, ad incominciare dalla persone che già vivono qui. Dobbiamo fare proposte che funzionino e che possano essere mantenute nel tempo.

Va proprio nella direzione del realismo la decisione di Caritas ambrosiana di accogliere le persone che, a causa della nuova legislazione nazionale, finirà fuori dal sistema dell’accoglienza istituzionale?

Per prima cosa vorrei dire che questa scelta non deve essere vista in antagonismo alla politica perché, come nel caso degli corridoi umanitari, vorremmo fosse da stimolo a chi governa per cambiare. Perché

non è pensabile che la Chiesa, attraverso le Caritas ed altre realtà ecclesiali, possa risolvere problemi così grossi.

Serve che lo Stato e tutte le istituzioni giochino la loro parte di responsabilità per evitare che questa situazione ci scoppi tra le mani o venga strumentalizzata a fini elettorali.

Com’è stata la risposta della gente?

A tre settimane dal lancio di questa iniziativa abbiamo raccolto circa 100mila euro provenienti da parrocchie e cittadini. Il fondo è stato creato per rispondere ad una sfida con cui volenti e nolenti siamo chiamati a confrontarci. Ci sono persone che hanno iniziato con noi un percorso di integrazione. Se non possono continuare a portarlo avanti nel pubblico, lo faremo noi a nostre spese.

C’è anche una dimensione ecclesiale del progetto dei Corridoi umanitari, come scelta del’intera Chiesa italiana e non semplicemente di alcune realtà. Crede vi sia davvero il sostegno di tutte le comunità cristiane o sente delle resistenze?

Come spesso accade sui principi siamo sempre tutti d’accordo, soprattutto tra i cristiani. E’ difficile trovare nella Chiesa qualcuno che sia apertamente contro, diverso è quando si scende nell’operatività, nel concreto, nell’apertura delle porte. Qui torniamo alla sfida culturale, all’impegno di Caritas di far conoscere la complessità della realtà, per aiutare le nostre comunità ad aprirsi, a scegliere la comunione e non la chiusura, a non mettersi sulla difensiva. Purtroppo viviamo in una società dove gli stimoli nella direzione opposta sono molti e molto ben calibrati, ma la Chiesa non può e non deve farsi spaventare. Come diceva l’arcivescovo Delpini siamo davanti ad un bivio e dobbiamo chiederci quale Europa vogliamo costruire. Quella dei muri o quella dei ponti?.

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