Arquata del Tronto: la ricostruzione di Agorà, dove “le ferite diventano feritoie di luce”

Ricostruzione: il ruolo di "Agorà", il centro comunitario polivalente di Arquata del Tronto, realizzato grazie alla solidarietà di  di Caritas Italiana, di Caritas Europa e di altre Caritas del mondo come Vietnam e Iraq. Un segno nuovo visibile per dire a chi ha visto la sua casa distrutta dal terremoto che tutto può rinascere e che si può tornare a vivere.

foto SIR/Marco Calvarese

Segno della voglia di ricominciare, inizio di una ricostruzione umana e spirituale. Si chiama “Agorà”, parola greca che significa ‘piazza’. Sulla targa posta al suo ingresso si legge “Dove l’incontro diventa casa”, vicino la scritta l’immagine di due mani che si cercano per aiutarsi, in secondo piano, quasi sfocata, la crepa di un muro. È il Centro comunitario polivalente di Arquata del Tronto, sito nella frazione di Borgo di Arquata, vicino alla nuova scuola, realizzato con il contributo di Caritas Italiana, di Caritas Europa e di altre Caritas del mondo come Vietnam e Iraq e inaugurato nell’ottobre del 2017, poco più di un anno dopo il terremoto del 24 agosto che devastò il Centro Italia.

Macerie visibili. Ad Arquata e nelle sue tredici frazioni, tra cui Pescara del Tronto, il sisma ha divorato tutto lasciando solo macerie, dopo tre anni, ancora ben visibili. Come quelle della chiesa della parrocchia dei santi Pietro e Paolo, adiacente al Centro. Macerie che oggi convivono con le mura nuove di “Agorà”, la piazza sicura e curata nei dettagli, quasi a dire a chi ha visto la sua casa distrutta dal terremoto che tutto può rinascere e che si può tornare a vivere. La struttura, costruita in 4 mesi con materiali in bioedilizia, ha una superficie complessiva di 650 metri quadri ripartiti su due piani. Al piano terra ospita una sala multiuso per le attività sociali e ricreative oltre uno spazio per la ristorazione. In quello superiore ci sono camere e servizi con 24 posti letto. All’esterno, un parcheggio di 700 metri quadri e un’area giochi.

foto SIR/Marco Calvarese

Opera prima. È significativo che il Centro sia stata la prima opera nata dopo il terremoto del 24 agosto: le casette (Sae) sono arrivate dopo. “Infatti – racconta il parroco di Arquata, don Nazzareno Gaspari – la prima attività del centro è stata quella di ospitare le famiglie rimaste senza un tetto i cui figli dovevano rientrare in classe nella nuova scuola realizzata proprio qui vicino. Agorà è un luogo nel quale la vita sociale è ripartita”. Nel parcheggio esterno arrivano auto e presto il piazzale si riempie di persone. Sono i partecipanti ad un corso di aggiornamento per giovani

foto SIR/Marco Calvarese

amministratori della zona. “Ad Agorà ospitiamo corsi, seminari, incontri di vario genere – dice Angela D’Ortenzi, dell’associazione “Rinascimento” che gestisce il centro – mentre nelle camere diamo alloggio a famiglie sfollate e a persone che, legate a questa terra, amano trascorrervi qualche giorno, nonostante il sisma abbia distrutto tutto. Arrivano anche escursionisti. La piana di Castelluccio di Norcia dista pochi chilometri da qui. I nostri spazi sono a disposizione della popolazione”. Quella rimasta che vive nelle Sae, circa 500 abitanti. Prima del sisma erano quasi 1500. Nel centro si svolgono il doposcuola, corsi di chitarra e iniziative pastorali. Queste ultime non senza qualche difficoltà. Non le nasconde don Nazzareno, arrivato ad Arquata poco dopo le scosse e impegnato a ricostruire una comunità che prima del terremoto si radunava intorno a ben cinque parrocchie, con 32 chiese sparse nel comune di Arquata e nelle sue tredici frazioni. “È difficile ricominciare pensandosi come un’unica comunità – dichiara il sacerdote – ma il terremoto ci spinge in questa direzione. Si tratta di un passaggio che ha bisogno dei suoi tempi perché siamo in un territorio legato molto alle tradizioni, riti e feste, a propri modelli di vita. Ora bisogna rivederli un po’ tutti alla luce di questa unicità”. Ricostruire senza giovani, poi, “è ancora più duro”. “Con i pochi rimasti, una decina, portiamo avanti diverse iniziative. L’ultima, lo scorso giugno, ci ha portato in Zambia per un’esperienza missionaria insieme a un missionario ascolano”. Nella parrocchia adesso rintoccano le campane di due chiese di legno ricostruite grazie alla solidarietà di Caritas Italiana e Telepace. “Il loro suono – continua don Nazzareno – sono un segno di vita che rinasce, un simbolo di una comunità non solo ecclesiale ma anche civile che riparte.

La piazza e le chiese sono segnali di vita, di un cammino che riprende.

Restituire la fruizione delle chiese è un passo fondamentale nella ricostituzione delle comunità”.

“Non sarete soli”. Il terremoto ha distrutto, case, chiese, luoghi di lavoro, ma ha segnato soprattutto “l’interiorità delle persone”. Don Nazzareno non usa mezzi termini per spiegarsi:

“il sisma ha posto nell’animo della gente ansia, incertezza, insicurezza materiale dovuto alla perdita del lavoro che non è tornato. Una precarietà che avvolge e che non ti dona certezza su cosa accadrà per la ricostruzione. Nonostante le promesse questa è ferma. La precarietà si riflette anche nelle relazioni umane. In alcuni casi anche il rapporto con Dio è stato messo in discussione in una sorta di ribellione. In altri invece abbiamo visto una fede rafforzata con persone che si sono ancorate alla roccia che è Gesù Cristo”.

A infondere speranza nel futuro sono le parole pronunciate dal card. Francesco Montenegro, quando nel 2017 da presidente di Caritas Italiana, inaugurò il Centro Agorà: “L’augurio che vi faccio è che

siate consapevoli del fatto che le ferite diventano feritoie

ed è proprio attraverso queste che si vede la luce dall’altra parte… In futuro queste terre parleranno di risurrezione e di Pasqua. Voi stessi, che state pagando il prezzo del terremoto, domani sarete a guardarvi attorno per donare solidarietà. Non sarete soli”.

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