Peste bianca

Uomini e donne sempre più soli per chi devono rischiare? In particolare: perché devono rischiare? Perché mettere al mondo un figlio quando può creare difficoltà nel lavoro, nei movimenti, nelle libertà personali?

Ci vuole una rivoluzione culturale. Non bastano più i sussidi. Non bastano gli asili nido. Non bastano neppure i bonus bebè, le detrazioni, gli aiuti di Stato, le politiche per la famiglia. Gli ultimi dati diffusi dall’Istat lunedì scorso, con il report “Natalità e fecondità”, ci inchiodano davanti a una realtà che ormai appare irreversibile. Le donne italiane sono a un tasso di fecondità di 1,21 e quello delle straniere residenti da noi è sceso sotto il 2, quando nel 2003 era del 2,52. Nel 2018 sono nati nel nostro Paese 439.747 bambini, 18 mila in meno rispetto al 2017. Di questi, il 32,3 per cento sono venuti alla luce fuori dal matrimonio. Gigi De Palo, presidente del Forum delle associazioni familiari, su Avvenire di martedì scorso ha parlato di “peste bianca”. Che fare? Questo è il dilemma del momento, di questi anni in cui ci stiamo di continuo interessando alla crisi economica, alla distruzione del lavoro, ai cambiamenti d’epoca, allo smantellamento disastroso dello stato sociale, alle difficoltà che ogni giorno vivono i giovani nell’affrontare il futuro e programmare la loro vita di domani. È vero, noi adulti di oggi, figli del baby-boom dei primi anni Sessanta, che abbiamo fatto del nostro senso del vivere? Che immagine abbiamo dato ai nostri figli, oggi proiettati verso orizzonti che mettono a tema la carriera, il successo, i soldi? Quando l’apparire (pensiamo a Facebook) conta più dell’essere, quale messaggio inviamo a chi ci guarda come modello da imitare? Papa Francesco ci ha provato infinite volte. “Voi siete l’adesso di Dio”, ha ricordato alla Gmg di Panama, a voler indicare il desiderio di muoversi da subito, senza bisogno di dovere aspettare un futuro che magari non si materializzerà mai. Agire, con coraggio e audacia, sapendo di poter contare su compagni di viaggio solidi, che condividono il cammino. Il capitalismo ha prodotto egoismo e individualismo, i grandi mali del momento. Uomini e donne sempre più soli per chi devono rischiare? In particolare: perché devono rischiare? Perché mettere al mondo un figlio quando può creare difficoltà nel lavoro, nei movimenti, nelle libertà personali? Eppure c’è un desiderio inespresso, in tanti, come indica anche una ricerca svolta dall’università Cattolica. Una sorta di “vorrei, ma non posso” che segnala un bisogno reale, una sorta di angoscia che attanaglia questa generazione incapace di farsi carico di nuova vita. Allora, vale la pena buttarsi, come fecero i nostri padri, risorti dalle macerie del dopoguerra. Il cambiamento da auspicare, come detto in apertura, è quello culturale, di mentalità. Di approccio alla vita. Non un tesoro da sfruttare, ma un dono da trasmettere.

(*) direttore del “Corriere Cesenate” (Cesena)

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