In Angola la Chiesa è protagonista a 40 anni dall’indipendenza

Quarant’anni segnano “l’età della maturità”. Così il presidente uscente della Conferenza episcopale angolana (di cui fanno parte anche i presuli del piccolo arcipelago di Sao Tomé e Principe), monsignor Gabriel Mbilingi, ha introdotto il suo intervento nell’assemblea plenaria che si è conclusa il 10 novembre: alla vigilia, cioè, del 40° anniversario dal ritiro delle truppe coloniali portoghesi dall’Angola

Quarant’anni segnano “l’età della maturità”. Così il presidente uscente della Conferenza episcopale angolana (di cui fanno parte anche i presuli del piccolo arcipelago di Sao Tomé e Principe), monsignor Gabriel Mbilingi, ha introdotto il suo intervento nell’assemblea plenaria che si è conclusa il 10 novembre: alla viglia, cioè, del 40° anniversario dal ritiro delle truppe coloniali portoghesi dall’Angola. Una ricorrenza che la Chiesa ha voluto a sua volta ricordare, mettendo l’accento sia sulle conquiste dell’indipendenza, sia sulle sfide che restano ancora da affrontare.

Riconciliazione necessaria. Anche per i cristiani locali la nascita del nuovo stato, nel 1975 ha segnato l’apertura di una nuova fase storica dell’evangelizzazione: la terza, dopo l’arrivo dei primi missionari portoghesi, italiani, francesi e olandesi nel 1491 e il nuovo impulso dato alla predicazione cattolica con l’impegno degli Spiritani (congregazione cui appartiene lo stesso mons. Mbilingi) nel XIX secolo. Gli ultimi 40 anni sono invece stati quelli della crescita del clero angolano, con la costruzione di nuovi seminari e la creazione di diocesi. Anche quelle di Saurimo, Sumbe, Ondjiva e Menongue celebrano nel 2015 il loro quarantesimo anniversario, mentre quella di Kuto-Bié e le arcidiocesi di Luanda e Huambo hanno raggiunto ormai i 75 anni di esistenza. È da questa presenza forte che la Chiesa parte nel descrivere la realtà del Paese, prendendo a riferimento una parola chiave: riconciliazione. Per decenni, infatti, la necessità dell’Angola è stata quella di trovare la pace. Alla lotta per l’indipendenza contro i portoghesi si è infatti saldato immediatamente il conflitto civile, influenzato anche dalle logiche della Guerra Fredda, che ha coinvolto soprattutto il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla, allora come oggi partito di governo) e l’Unione nazionale per la liberazione totale dell’Angola (Unita, trasformatasi da forza ribelle a principale partito d’opposizione). Conclusa dopo 27 anni nel 2002, la guerra civile ha però lasciato i suoi strascichi: “La ricostruzione delle infrastrutture fisiche, come le strade che collegano il Paese, non unisce ancora i cuori di tutti gli angolani né annulla le asimmetrie”, ha spiegato mons. Mbilingi. Per questo si guarda con speranza anche all’imminente Giubileo della misericordia: l’Anno Santo straordinario, ha sostenuto il prelato, “sarà un’eccellente occasione per la riconciliazione continentale e nazionale che deve esserci molto cara nella nostra azione pastorale”.

Questioni aperte. La pace e la convivenza, però, ha ricordato il presidente uscente dei vescovi, non possono realizzarsi senza che si presti attenzione ad altri temi. “L’implementazione di una vera democrazia, della giustizia sociale in tutti i settori (giudiziario, economia, cultura, educazione, salute, giustizia distributiva), la promozione delle libertà e dei diritti dei cittadini, siano raggiunti da tutti gli angolani e non solo da un numero ridotto di angolani che si considerano privilegiati”, ha esortato. Un appello di denuncia che non si rivolge solo alle élite politiche del Paese (il presidente della repubblica José Eduardo dos Santos è ininterrottamente al potere dal 1979), ma a tutti i cittadini, e che non è un caso isolato nella predicazione della Chiesa locale. Già in un recente messaggio pastorale, infatti, i presuli avevano denunciato la corruzione diffusa, ricordando che “il progetto Angola appartiene a tutti i suoi figli e tutti devono sentirsene parte”. Un tema ripreso, durante l’ultima plenaria, da un altro vescovo, quello di Dundo, mons. Estanislau Chindekasse, che ha invitato ad un esame di coscienza collettivo: “Dove sono i cattolici, per esempio, nella lotta alla corruzione e a tutti i mali della società? Sono conniventi, oppure no?”, ha chiesto. Un tema, questo, ripreso anche dai partiti d’opposizione, che vi hanno visto una conferma delle frequenti denunce di abusi dei diritti e degli scandali economici del Paese (secondo produttore africano di petrolio) spesso denunciati dalla stampa internazionale e dalle organizzazioni non governative. Quello della Chiesa, però, è un impegno che va oltre questo piano, pur senza trascurarlo, come ha spiegato ancora mons. Mbilingi, ribadendo l’impegno generale dei religiosi “nella promozione della dignità umana degli angolani”.

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