Trump a Londra. Marrone (Iai): “La chiave di questa visita è stata la Brexit”

Il presidente statunitense ha cercato, in ogni modo, di spingere il Paese verso un’uscita dall’Unione europea netta e immediata, promettendo anche futuri "accordi commerciali fenomenali"

Con la commemorazione, a Portsmouth, del 75° anniversario del D-Day si conclude oggi la visita di Stato del presidente americano Donald Trump nel Regno Unito. Tre giorni nei quali il tycoon, tra il banchetto formale offerto dalla regina Elisabetta, colloqui politici, gaffe, malumori e proteste, ha cercato, in ogni modo, di spingere il Paese verso la Brexit, anche promettendo un “accordo commerciale fenomenale” dopo l’uscita dall’Unione. Ad Alessandro Marrone, responsabile del programma “Difesa” e responsabile di ricerca nel programma “Sicurezza” dell’Istituto affari internazionali (Iai), chiediamo un’analisi di questa visita.

Qual è stato l’obiettivo principale?

Per Trump visite come questa sono volte a cercare un accordo commerciale bilaterale, ovviamente vantaggioso per l’economia americana. Fin qui è normale politica commerciale. Il punto è che Trump spinge questo obiettivo con una forza e una rudezza tali da mettere in secondo piano una serie di legami, quadri multilaterali, accordi che altri presidenti statunitensi hanno tenuto in maggior considerazione. In particolare,

la chiave di questa visita è stata la Brexit,

perché Londra in quanto membro dell’Unione europea almeno fino al 31 ottobre 2019 non può negoziare accordi commerciali autonomi con Paesi extra Ue. Quindi, Trump è andato a negoziare un accordo che per ora non ha potuto firmare. Nel fare ciò, vuole spingere la Gran Bretagna fuori dall’Ue con un taglio netto e nei tempi più rapidi possibili. Il suo interlocutore, infatti, non è Theresa May, che si dimetterà il 7 giugno, ma chi vuole un’uscita più netta e rapida dall’Ue: parte del partito conservatore, Boris Johnson, o il leader e fondatore del Brexit Party, Nigel Farage. Le battute e i commenti forti di Trump durante la visita non sono stati solo estemporanei o dovuti al carattere e ai suoi modi di fare, ma erano finalizzati all’obiettivo.

Questa visita del presidente americano avrà effetti nell’immediato?

No, perché la Gran Bretagna da tre anni è in una situazione di stallo completo, di fallimento della classe politica, del governo e del Parlamento, di incapacità di trovare un modo per attuare quello che è stato deciso nel referendum di uscita dall’Unione. La visita di Trump ha potuto fare ben poco, perché il partito laburista, i verdi, i socialdemocratici, lo Scottish National Party, i nord irlandesi cattolici rimangono tutti estremamente contrari a un’uscita netta dall’Ue e in molti casi sono contrari tout court. Lo scontro tra queste forze politiche e Trump si allarga, poi, a tutta un’altra serie di temi: ambiente, ruolo delle donne, diritti sociali. Sull’altro versante, i fautori della Brexit, Farage e Johnson, saranno lieti di avere il sostegno del presidente americano, ma ciò non avrà un peso sulla maggioranza parlamentare attuale o sull’elettorato, perché comunque Trump, con i suoi modi inappropriati rispetto alla casa reale britannica, tocca delle corde che gli stessi conservatori, per un sentimento nazionale identitario, non vorrebbero vedere offese. Possono essere d’accordo sulla Brexit, ma non fa loro piacere il modo in cui Trump si pone, quindi

il presidente americano non rafforza chissà quanto il campo favorevole alla Brexit.

Quella di Trump a Londra è stata allora una “mission impossible”?

Ha comunque cercato di rafforzare le componenti più vicine alla sua visione del mondo, basata su una serie di rapporti bilaterali tra Stati sovrani e non su istituzioni sovranazionali, blocchi commerciali o organizzazioni multilaterali come l’Ue. Anche se non ottiene molto, Trump ci prova. In molti casi, ha compiuto mosse azzardate, che potevano portare a dei risultati oppure no. La sua amministrazione e la sua persona non ci hanno rimesso niente nella visita a Londra.

Trump, durante la visita, ha chiesto a May di non mollare…

Allo stesso tempo ha fatto i complimenti a Boris Johnson come candidato alla leadership del partito conservatore o addirittura ha proposto che sia Nigel Farage, che al momento non è parlamentare e non ha rappresentanti al Parlamento britannico, a negoziare con l’Ue per conto della Gran Bretagna. Si tratta più di un elemento di destabilizzazione del quadro politico britannico che di un asse con l’attuale governo, ormai giunto alla fine. Le Europee di maggio hanno sancito il minimo storico dei conservatori, scesi al 9% e passati da primo a quarto partito nel Paese, dopo Brexit Party, laburisti e liberaldemocratici.

Non sono mancate manifestazioni contro Trump durante la visita, anche se il presidente le ha bollate come fake news…

Con la Brexit la società britannica si è molto polarizzata. Già precedentemente le componenti più progressiste hanno criticato Trump – sia da candidato, sia da presidente- per una serie di dichiarazioni o decisioni, come gli accordi sul clima o l’ambasciata statunitense a Gerusalemme. La novità è che questi tre anni di Brexit hanno reso i conservatori più di destra e i laburisti più di sinistra. Inoltre, hanno visto emergere forze prima molto minoritarie. Come i verdi, che nelle ultime Europee hanno ottenuto l’8% o i liberaldemocratici che hanno ottenuto il 20%. Nell’attuale situazione c’è una maggiore tendenza nei cittadini britannici a manifestazioni di piazza, qualcosa che prima apparteneva di più alla tradizione della Francia e dell’Italia. In questo quadro

la visita di Trump è come se avesse toccato un nervo scoperto.

Sarebbe sbagliato pensare che tutta la popolazione sia contro Trump. Ma poiché la Brexit è diventata il tema dominante, nel momento in cui Trump ne parla tocca un argomento scottante.

Il presidente Usa ha parlato dei “legami di amicizia tra i nostri due Paesi”, “forgiati nel sangue” e destinati a durare per sempre. Dopo la visita cambia qualcosa?

I rapporti Usa-Gran Bretagna contano su una compenetrazione culturale, su una base comune economica, su tutta una serie di rapporti che riguardano strutture diplomatiche, forze armate, servizi di intelligence, industria e difesa, che coinvolgono politica e società, britannica e americana, in una misura tale che trascende dai presidenti e dai primi ministri di turno. Sono rapporti solidi e resistenti. Certo, l’amministrazione Obama aveva avvicinato ulteriormente gli Stati Uniti alla Gran Bretagna e all’Europa, mentre quella di Trump su molti temi si è distanziata dall’Europa e anche da una fetta consistente della società britannica.

Dopo questa visita i rapporti rimangono problematici.

Potrebbero cambiare, se Boris Johnson venisse eletto segretario del partito conservatore, quindi di fatto primo ministro. O se nelle prossime elezioni del Parlamento ci fosse un’affermazione del Brexit Party di Nigel Farage. Ma è tutto un’incognita.

La visita è stata o no un successo dal punto di vista politico?

Difficile dirlo, perché Trump è andato in un Paese che non ha, al momento, interlocutori politici in grado di stringere accordi. Potrebbe aver gettato delle fondamenta per accordi futuri. Ma il quadro politico britannico è così incerto per cui rimane per la famiglia Trump il piacere di aver visitato Londra e cenato a Buckingham Palace.

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