Hong Kong: le campane delle chiese cristiane suonano all’unisono per la pace e per i giovani

“Ring the bell and pray for Hong Kong”. È questo lo slogan dell’iniziativa alla quale hanno aderito 40 chiese cattoliche e protestanti della città. Domenica 1 settembre, alle 13, le campane hanno suonato all'unisono in segno di pace e di preghiera per il futuro della città e per i suoi giovani. Parla Theresa Lee, ideatrice dell’iniziativa: “Stiamo vivendo un momento molto difficile. Sono nata a Hong Kong e non ho mai sperimentato uno sconvolgimento sociale come questo prima”

Alle 13 in punto di ieri, domenica 1 settembre, le campane delle chiese cristiane di Hong Kong hanno cominciato a suonare in segno di pace e di preghiera per il futuro della città e per i suoi giovani. “Ring the bell and pray for Hong Kong”: all’iniziativa hanno aderito 40 chiese e parrocchie della città (cattoliche e protestanti), dopo un weekend di fuoco e violenza. Tutto è cominciato quando le autorità dell’ex colonia britannica hanno arrestato alcuni tra gli attivisti più in vista dei movimenti protagonisti delle proteste che ormai da quasi quattro mesi scuotono la città. Due di loro, probabilmente i più noti anche a livello internazionale, Joshua Wong e Agnes Chow, sono stati liberati con la cauzione. A causa della tensione sempre più alta, il governo aveva proibito le manifestazioni ma la gente è ugualmente scesa per le strade e gli scontri fra la polizia e i manifestanti all’interno del distretto governativo sono stati violentissimi.

“Stiamo vivendo un momento molto difficile”, racconta al Sir Theresa Lee, la persona che ha lanciato l’iniziativa delle campane: “Sono nata a Hong Kong e non ho mai sperimentato uno sconvolgimento sociale come questo prima. La città è totalmente divisa tra giusto e sbagliato, giustizia e ingiustizia. Ci sono manifestazioni ogni fine settimana per le strade”. Nasce così l’idea di suonare all’unisono tutte le campane delle chiese cristiane presenti in città per “risvegliare le coscienze delle persone, dare coraggio ad Hong Kong, invitare alla preghiera perché Dio continui a proteggere Hong Kong e le future generazioni”. Nel giro di due settimane, hanno aderito 40 chiese.

Lee spiega che il popolo di Hong Kong “sta ancora lottando disperatamente perché  il governo risponda alle nostre cinque richieste che non sembrano essere ascoltate”. Sono il ritiro definitivo del disegno di legge che prevede l’estradizione verso la Cina; le dimissioni del capo dell’esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam; un’inchiesta indipendente sulla brutalità della polizia durante le proteste; il rilascio di tutti coloro che sono stati arrestati; riforme per maggiori libertà democratiche. “Solo il Padre celeste può salvarci”, aggiunge Lee: “C’è sempre spazio per la preghiera”.

Hanno fatto il giro del mondo provocando uno sdegno globale i video postati sui social che riprendono le azioni della polizia nella stazione della metro Prince Edward. Si vedono poliziotti rincorrere e aggredire con manganelli manifestanti e passeggeri che si trovavano sulla banchina e a bordo di una carrozza ferma al binario. “Le persone a terra, le si arrestano, non si picchiano”, dice sempre da Hong Kong padre Renzo Milanese, missionario Pime.

“Abbiamo assistito sabato sera ad una vera e propria caccia all’uomo. Una brutalità da parte della polizia mai vista prima e difficile da capire”.

Queste azioni sono giustificate come metodi necessari per gestire la sicurezza ma la realtà è ben diversa e il risultato finale è che “la gente è spaventata”. La polizia ha perso credibilità e la brutalità è tale da fomentare il dubbio – “anche se non ci sono prove” – di infiltrazioni dalla Cina nelle file di polizia ed esercito. La percezione ad Hong Kong è quella di vivere in “una situazione confusa e complessa” e di essere nelle mani di “una polizia fuori controllo”, assolutamente incapace di gestire l’ordine. Impossibile prevedere vie di uscita. Una cosa pare certa: “il destino di Hong Kong – riflette il missionario – è legato a Pechino. Solo se si cambia qualcosa a Pechino, c’è la speranza che cambi qualcosa anche ad Hong Kong”.

Lunedì 2 settembre, dopo le vacanze estive, sono riprese le scuole. Ma anche nel primo giorni di riapertura, migliaia di studenti delle scuole superiori sono scesi in piazza a sostegno delle manifestazioni, segno che sono i giovanissimi i protagonisti delle proteste. Secondo gli organizzatori, più di 10mila alunni della regione amministrativa speciale cinese si sono uniti alle proteste e in varie scuole sono state organizzatori minuti di silenzio e catene umane. Cinque studentesse hanno manifestato anche davanti alla scuola in cui ha studiato il capo dell’esecutivo Carrie Lam alla quale i manifestanti stanno rivolgendo le loro richieste.

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