Voci dalla missione. In Tanzania una Chiesa di 150 anni, dove i catechisti hanno un ruolo cardine

I primi missionari sono arrivati in Tanzania 150 anni fa: la croce piantata sulla spiaggia di Bagamoyo è stata il primo segno di un’opera di evangelizzazione che ha permesso, oggi, di avere una Chiesa viva, giovane, impegnata. Ma nulla sarebbe stato possibile senza l'opera silenziosa ed evangelizzatrice dei tanti catechisti che "sono il cuore, ma anche la mente ed il braccio delle comunità cristiane". Il racconto di suor Maria Mori, religiosa delle Suore di Carità dell’Immacolata Concezione e di fratel Sandro Bonfanti, della famiglia religiosa della Consolata

La Tanzania è uno dei Paesi dell’Africa sub-sahariana dove la presenza missionaria italiana (di fidei donum, congregazioni religiose, laici impegnati in ong, ecc.) è più numerosa. Nel 2018 la Chiesa locale ha celebrato i 150 anni dall’arrivo dei primi missionari sulle spiagge di Bagamoyo, a pochi chilometri dall’odierna Dar-es-Salaam: la croce piantata sulla spiaggia è stata il primo segno di un’opera di evangelizzazione che ha permesso, oggi, di avere in Tanzania una Chiesa viva, giovane, impegnata.

In questo contesto, la figura del catechista è centrale per la vita delle comunità.

Qualificato e riconosciuto dalla Conferenza episcopale tanzaniana, qui il catechista ricopre un ruolo cardine nell’evangelizzazione. Lo spiega bene suor Maria Mori, religiosa delle Suore di Carità dell’Immacolata Concezione (conosciute come Suore d’Ivrea), per anni responsabile del Centro di Komuge, uno dei luoghi che garantiscono la preparazione dei catechisti. “Laddove le parrocchie hanno un’estensione spesso enorme e il sacerdote riesce a visitare i vari villaggi e a celebrarvi l’Eucaristia spesso non più di una volta al mese – racconta suor Maria – i catechisti sono il cuore, ma anche la mente ed il braccio delle comunità cristiane: sono insegnanti di religione nelle scuole e di catechismo nel villaggio; guidano la Celebrazione della Parola domenicale, visitano i malati, confortano i sofferenti, fanno anche da “giudici di pace”. E sono laici, uomini e donne, giovani e meno giovani, tutti accomunati da un unico desiderio: servire Cristo e la sua Chiesa. In questi 150 anni, i catechisti hanno fatto, nel silenzio, un preziosissimo lavoro e ancora, sempre nel silenzio, continuano a farlo”. Komuge è un piccolo villaggio sulle rive del lago Vittoria, nella diocesi di Musoma. Qui dal 2003 le Suore d’Ivrea guidano il Centro di formazione, oggi dedicato a San Giovanni Paolo II. Sulla facciata dell’edificio campeggia un poster con la sua foto e la celebre frase: “Non abbiate paura di essere i santi del Nuovo Millennio”.

“In fondo – spiega suor Maria – questa frase racchiude un po’ lo spirito della missione dei catechisti: uomini e donne coraggiosi che, mettendo a servizio della Chiesa i propri talenti, hanno deciso di impegnarsi nell’avventura della santità, vissuta e declinata in una vita di donazione, semplice tra i semplici, i poveri, i prediletti di Dio”.

Tra i tanti missionari italiani presenti in Tanzania, c’è anche fratel Sandro Bonfanti, della famiglia religiosa della Consolata. Dopo aver operato in vari Paesi africani dal 1973, oggi vive nel Seminario che prepara al sacerdozio i giovani tanzaniani. Quando descrive l’identikit del missionario, fratel Sandro parla di una persona che “cerca di incarnare e di vivere le beatitudini, come ha fatto Gesù”. “L’anima della missione – precisa – è fare tutto per il Vangelo, con entusiasmo, zelo apostolico, apertura all’universalità”. Effettivamente la missione pervade a tal punto l’esistenza di chi la vive, da far superare difficoltà e situazioni precarie. “Noi missionari – confessa fratel Sandro – siamo votati a dare la vita per la salvezza delle anime, ad amare il prossimo più di noi stessi. Uno degli impegni è di lavorare per la pace e la giustizia tra le nazioni, difendere i diritti e l’uguaglianza di tutti. Cerchiamo di dare consolazione per soccorrere le necessità, alleviare le sofferenze, finanziare progetti di sviluppo, essere anche pronti al martirio, come alcuni hanno già fatto. Ma per fare tutto questo è necessario intensificare la relazione con il Signore e rafforzare l’identificazione con Lui”.

Parole che sicuramente trovano d’accordo tutti coloro che vivono la missione in prima persona.

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