Legittima difesa: mons. Cozzoli (teologo), “un diritto e in alcuni casi un dovere” ma l’uso della forza “sia proporzionato all’offesa”

Rilanciato dagli ultimi avvenimenti di cronaca, si riaccende il dibattito in materia di legittima difesa, mentre è da ieri all’esame della Commissione Giustizia di Montecitorio la proposta di legge per rivedere l’attuale disciplina in materia. Linea comune per normativa italiana (art. 52 del Codice penale) e insegnamento della Chiesa (nn. 2.263 – 2.267 del Catechismo): non è punibile chi ricorre alla forza come extrema ratio per difendere se stesso o altri da un’aggressione, ma la difesa deve essere proporzionata all’offesa. A rendere legittima la difesa sono tre “condizioni etiche”, spiega in un’intervista al Sir monsignor Mauro Cozzoli, ordinario di teologia morale alla Pontificia Università Lateranense: “Deve anzitutto costituire un estremo, ultimo e inevitabile rimedio dopo che tutte le possibilità e i mezzi non violenti e meno violenti di dissuasione e di difesa dall’aggressore siano stati esperiti senza successo. La seconda condizione di legittimità è che la violenza offensiva sia reale, effettiva; non ipotetica, presunta o possibile. In nessun caso è lecita la violenza preventiva o dissuasiva. La reazione difensiva deve inoltre essere proporzionata alla violenza dell’offesa: non è lecito sparare ad un ladro disarmato, così come non è lecito farlo nei confronti di un’aggressione meramente verbale”. Un diritto che diventa “grave dovere” in caso di violenza nei confronti di un soggetto inerme: “Assistere passivamente all’aggressione di un innocente diventa complicità omissiva e colpevole con l’aggressore”. Cozzoli mette in guardia dal procedere sotto la spinta dell’emotività: ad ispirare il legislatore dovrebbero essere le tre condizioni di legittimità che “non rispondono ad un dogma di fede ma ad una logica etica”.

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