Lotta alla mafia: don Ciotti (Libera), “c’è una Chiesa in Italia che si mette in gioco e senza rumore sta aprendo varchi”

(Torino) – “C’è una Chiesa in Italia che si mette in gioco e senza chiasso, senza rumore sta aprendo varchi per dare una mano a ritrovare un senso, un significato, una speranza a donne e ragazzi vittime delle mafie. È una rivoluzione stupenda”. Lo ha affermato ieri sera don Luigi Ciotti, fondatore di Gruppo Abele e Libera, intervenendo alla 67ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale in corso a Pianezza (To) sul tema “Ri-partire dalle periferie”. Don Ciotti ha ripercorso la sua storia, raccontando che “la strada è sempre stata la grande protagonista della mia vita”. “Sono felice che quando padre Michele Pellegrino mi ordinò sacerdote anche a me consegnò una parrocchia: erano la strada e quel popolo colorato conosciuto per strada che affollava la Chiesa il giorno della mia ordinazione”. Il sacerdote ha evidenziato che “considero la parrocchia la realtà più difficile, perché lì percorri tutte le dimensioni della vita, accompagni la storia di tante persone, devi misurarti con le dimensioni culturali, sociali, politiche, con la vita”. “Il compito di ogni persona libera – ha osservato – è impegnarsi per chi ancora libero non è: non sono liberi i poveri, chi non ha risposte a bisogni primari, chi deve fare i conti con i ricatti e lo sfruttamento di mafie e corruzione, chi è costretto al lavoro nero e senza diritti, chi è vittima di caporalato, tratta, prostituzione, illegalità”. “Io – ha spiegato – ho cercato di fare con tante persone una Chiesa che ascolta la strada” perché “ieri come oggi dalla strada si eleva un grido di libertà e giustizia”. Don Ciotti ha parlato anche di dipendenze – da droga, gioco d’azzardo, bulimia e anoressia, consumismo, dal digitale – e di povertà. “Certo – ha ammonito – ci sono la povertà materiale e quella culturale. Ma oggi la più grande povertà è relazionale, con la solitudine che colpisce a tutte le età”. Secondo il sacerdote, “dobbiamo spogliarci innanzitutto dei nostri panni per metterci in quelli degli altri, per sentire la loro nudità e povertà, condizione fondamentale per il nostro impegno”. Inoltre “dobbiamo spogliarci da pregiudizi, idee false ed etichette”, ha continuato, “contribuendo a risvegliare le coscienze”. E “dobbiamo recuperare linguaggi che accolgono, accompagnano”. Il sacerdote ha dedicato l’ultima parte dell’intervento a mafie, illegalità e corruzione, ricordando anche il recente dibattito internazionale svoltosi in Vaticano per volere di Papa Francesco. In questi anni, “forse abbiamo molto enfatizzato la legalità e abbiamo fatto meno civiltà che vuol dire lavoro, politiche per la famiglia e sociali, scuola, cultura. Le mafie non sono figlie di povertà e arretratezza ma di povertà e arretratezza si avvalgono e lì trovano terreno fertile”.

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