Amatrice un anno dopo: mons. Pompili (Rieti) “la paura è diventata compagna di viaggio per molti”. Occorre maggiore collaborazione tra “Istituzioni, tessuto sociale ed economico e mondo della solidarietà”

foto SIR/Marco Calvarese

“Nella vita di tanti si è fatta strada la sensazione di essere abbandonati e non senza qualche ragione. E credo che questa sensazione durerà ancora perché la ricostruzione è un processo lungo, a causa non solo della lentezza delle pratiche, ma anche perché rimettere in piedi una situazione così compromessa non è facile”. A un anno dalla scossa delle 3.36 del 24 agosto 2016 in Centro Italia che distrusse Amatrice, Accumuli e diversi altri centri come Arquata e Pescara del Tronto, a parlare in una intervista al Sir è il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili. “Il terremoto – dice – ha introdotto nella nostra vita l’incertezza sul domani. La sensazione di essere sempre molto precari e di non arrivare al domani in alcuni momenti si è fatta lancinante. La paura è diventata compagna di viaggio per molti. Nel contempo, però, ci si è trovati ad apprezzare di più quello che si è e che si ha per quanto fragile e provvisorio”. Per rispondere con concretezza a questo “senso di abbandono”, mons. Pompili invoca una sempre maggiore collaborazione tra “Istituzioni, tessuto sociale ed economico e mondo della solidarietà”. In particolare le prime “devono dare risposta non solo alla prima emergenza ma anche a un disegno progettuale di ricostruzione. Ricostruire come prima – sottolinea il vescovo – non è possibile”.

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