Amatrice un anno dopo: mons. Pompili (Rieti), ricostruzione, “guardare al futuro ma non a partire da ciò che è stato”

foto SIR/Marco Calvarese

“Occorre pensare alla ricostruzione in un modello aperto al futuro inventando una forma di presenza sostenibile e capace di offrire importanti risposte di lavoro e di vita sociale. Se non ci saranno possibilità di lavoro e di una vita normale per i figli, le famiglie più giovani saranno tentate di restare dove sono state allocate provvisoriamente. E se non si riuscirà a far tornare la gran parte delle persone, questo territorio, già sfibrato demograficamente prima del sisma, rischia l’estinzione. Dobbiamo guardare al futuro ma non a partire da ciò che stato”. A dichiararlo è il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili che in un’intervista al Sir traccia un bilancio a dodici mesi dal terremoto in Centro Italia del 24 agosto 2016. Convinzione del presule è che “se la ricostruzione sarà portata avanti con consapevolezza e con la collaborazione di tutti, questo terremoto devastante potrebbe dare quel passo in più che fin qui era mancato a questo territorio”. E non saranno certo le vicende di malaffare di cui si è parlato in questi ultimi mesi a fermare il processo di rinascita dei borghi colpiti: “laddove c’è un movimento di denari c’è sempre una crescita di interessi di dubbia qualità. Ma ciò non deve impedire che le cose vengano fatte con tutta la necessaria attenzione sapendo, con molto realismo, che gli avvoltoi possono esserci sempre. La necessaria opera di ricostruzione per essere efficace deve rispettare un cronoprogramma non dilazionabile. La grande partita della ricostruzione si gioca, infatti, nel rispetto della tempistica e delle procedure”. Sul rispetto dei tempi influiscono anche corto circuiti legati alla responsabilità, “la paura blocca”. Spiega il vescovo: “si tratta di una questione culturale: i corto circuiti si verificano a livello di responsabilità, perché nessuno vuole correre rischi. Porre una firma a qualcosa è difficile, si teme che prima o poi arrivi un avviso di garanzia. La paura blocca. Si tratta di un processo più ampio che vede la nostra generazione alle prese con la fatica di assumersi la propria responsabilità esponendosi a qualche rischio. L’esito è quello di non procedere e di bloccare tutto nel classico rimpallo di responsabilità. Credo che la condizione così difficile in cui versano le zone terremotate debba spingere tutti a scrollarsi di dosso questa mentalità e chi sta alla finestra di mettersi di più in gioco”.

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