Neonati terminali: Grygiel (Pont. Ist. Giovanni Paolo II), “chiedono amore e cura e hanno diritto di abitare nel cuore e nella memoria dei genitori”

“L’hospice neonatale sembra un controsenso, come si può accompagnare un neonato alla morte?”. A porre l’interrogativo è Monika Grygiel, psichiatra (Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del matrimonio e della famiglia), al seminario “Hospice neonatale: un senso alla vita breve”. Oltre alla lacerazione del distacco la morte di un figlio, spiega, “ci pone di fronte alla domanda: da chi saremo pensati, amati, ricordati? Prevale un sentimento di rabbia per un destino ingiusto. Allora perché sperimentare l’attesa della morte e dare spazio a questa attesa?”, l’interrogativo posto dalla psichiatra. L’hospice neonatale, spiega, “permette alla famiglia la presa di coscienza di un legame, ci parla della bellezza della vita, dell’importanza di una compagnia anche in circostanze come queste. La tentazione può essere quella di negare l’esistenza del dolore e del bambino, ma noi sappiamo che la relazione con un figlio comincia prima della nascita, prima ancora del concepimento, nei desideri e nei sogni, e il lutto che i genitori manifestano in casi di aborto spontaneo anche nei primissimi giorni è testimonianza di questo legame”. Per questo “la comfort care praticata negli hospice neonatali risponde al desiderio del piccolo di essere amato e curato, anche se solo per pochi minuti o ore. Anche quel bambino ha il diritto di abitare nella mente, nel cuore e poi nella memoria dei genitori”.

© Riproduzione Riservata

Quotidiano

Quotidiano - Italiano

Chiesa