Media e immigrazione: Carta di Roma, “corsi di formazione obbligatori per tutti i giornalisti”

Rendere obbligatori per tutti i giornalisti i corsi di formazione sul codice deontologico “Carta di Roma” che riguarda il trattamento del tema immigrazione. La proposta è stata lanciata oggi a Roma, alla Camera dei deputati, da Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale stampa italiana, durante la presentazione del VI Rapporto dell’associazione Carta di Roma, realizzato insieme all’Osservatorio di Pavia. “Il rapporto merita di essere portato in tutte le redazioni italiane – ha detto -. Purtroppo la categoria degli ‘spaventatori’ è molto diffusa, anche tra i giornalisti. Ma se i media vogliono sopravvivere devono aumentare la loro funzione di mediazione e di spirito critico”. Giulietti ha fatto riferimento all’annunciato taglio del Fondo per l’editoria “che, guarda caso, rischia di andare a colpire proprio chi dà più voce alle differenze sociali: Avvenire, i settimanali diocesani, Il Manifesto, Radio Radicale. Non possiamo far finta di niente”. Ilvo Diamanti, docente all’Università di Urbino, ha fatto notare “i picchi singolari di notizie sull’immigrazione nei mesi e anni in cui sono in corso le campagne elettorali” e ha invitato “ad essere insofferenti verso gli insofferenti, raccontando le buone storie dell’accoglienza”. Nel presentare la ricerca Giuseppe Milazzo, ricercatore dell’Osservatorio di Pavia ha evidenziato che sui tg “il 43% dei servizi sull’immigrazione riguardano politici. È come se, invece di parlare d’immigrazione, si parla di politici che parlano d’immigrazione”. Valerio Cataldi, presidente dell’associazione Carta di Roma, ha poi chiesto ai giornalisti Serena Bortone e Lirio Abbate chi o cosa genera la distorsione informativa sui migranti. Secondo Bortone, conduttrice del talk show Agorà, “la paura è reale e il migrante, per il solo fatto di esistere, diventa il nemico. Non possiamo censurare il racconto di quelle periferie e paure né il messaggio politico ma possiamo usare un linguaggio politicamente corretto e rispettoso delle persone”. Lirio Abbate, vicedirettore de L’Espresso, pensa che la causa sia “la strumentalizzazione da parte della politica: oggi i partiti sono demagogici, piccolo borghesi che praticano la politica del capro espiatorio. I giornalisti devono tenere gli occhi aperti e il cervello attivato per essere anche ‘arbitri’ del linguaggio, ricordando che alcune parole come ‘pacchia’ o ‘invasione’ non vanno usate perché disumanizzanti”.

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