Cuba: p. Cela (gesuiti), crede una “Chiesa missionaria che non ha dalla sua parte grande numeri e neppure spazi propri”

Quella che si sta sviluppando a Cuba è “una Chiesa in uscita”, una Chiesa “missionaria che non ha dalla sua parte grande numeri e neppure spazi propri, e ha bisogno di uscire incontro alla gente nelle vie e nelle piazze”. Lo afferma il gesuita cubano padre Jorge Cela Carvajal, fino allo scorso anno presidente della Cpal, la Conferenza dei provinciali gesuiti dell’America Latina, interpellato dal Sir in merito al “nuovo corso” cubano dopo l’ascesa al potere di Miguel Díaz Canel. Il religioso evidenzia l’importanza delle visite apostoliche a Cuba effettuate da tre Papi: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. “Queste visite hanno dato visibilità alla Chiesa in un Paese che aveva cancellato la sua immagine dai mezzi di comunicazione sociale, dalle scuole e da tutti gli spazi pubblici per più di cinquant’anni. Hanno trasmesso vicinanza, hanno invitato al dialogo e all’apertura, hanno dato una nuova collocazione alla Chiesa, non tanto come rappresentante esclusiva del potere religioso, ma soprattutto come parte della cultura cubana”. Prosegue padre Cela: “E’ una Chiesa povera di operatori pastorali, sacerdoti e religiose, che vive in minoranza: formata perlopiù da laici anziani, che vivono in una società post-cristiana. Una Chiesa che riscopre il mandato di Gesù a essere sale della terra. Il sale non è mai preponderante nella pentola. La sua missione non è quella di far sì che il cibo sappia di sale, ma di far sentire i sapori che si trovano nella pentola. La missione della Chiesa non dev’essere quella di sentirsi una grande maggioranza, ma che si manifestino il buon sapore, le buone qualità che Dio ha posto nel mondo: la solidarietà, l’onestà, la giustizia, la gioia…”.

“Quella cubana è una Chiesa che ha bisogno dell’aiuto di altre Chiese per operatori e risorse pastorali. Ma non può correre il rischio di perdere la sua identità culturale, di diventare dipendente e chiedere l’elemosina. È una Chiesa che deve imparare a essere laica, impegnata e povera. E’ chiamata a seminare la riconciliazione – conclude padre Cela – in una società segnata da divisione e rottura. La Chiesa non è un esercito monolitico, ma un popolo di Dio in cammino, dove possono convivere e crescere nella fede militanti rivoluzionari e critici del regime. Che non si muove più a partire da una struttura autoritaria, ma che ogni volta si apre a una partecipazione che cerca il consenso di un’unità nella diversità. Alcuni vorrebbero una Chiesa più impegnata nella rivoluzione o più profetica e critica. La sfida è rimanere sale, capace di valorizzare i semi di bontà presenti nel nostro popolo, per vincere il male e costruire una società migliore”.

© Riproduzione Riservata

Quotidiano

Quotidiano - Italiano

Territori