50° Humanae Vitae: card. Sgreccia, “mantenere insieme il significato unitivo e quello procreativo” per “non sminuire il valore del dono di sé”

La scelta di fondo di Papa Paolo VI nell’enciclica Humanae vitae “fu di fare riferimento innanzitutto a una antropologia integrale all’altezza della dignità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio”. Lo ha detto ieri il card. Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia accademia per la vita, aprendo al Camillianum il convegno “L’Humanae vitae 50 anni dopo: tradizione, discernimento pastorale e riflessione bioetica. Per un’analisi storico-teologica, medico-sociale, etica e pastorale dell’enciclica spartiacque del cambiamento d’epoca”. Il cardinale ha ribadito che è “nell’unione personale dei coniugi” che “si attua il senso compiuto del linguaggio corporeo, dell’unione sponsale: ed è il linguaggio che esprime ed esige il coinvolgimento integrale della persona. Per questo, mantenere uniti il significato unitivo e quello procreativo permette di non sminuire il valore del dono di sé che i coniugi si fanno reciprocamente”. Nell’esaminare i paradigmi attraverso cui leggere l’unione di vita e di amore, che si attua nel matrimonio, il presidente emerito dell’Academia pro vita ha affermato che “mediante il sacramento del matrimonio gli sposi appartengono all’amore di Cristo per la Chiesa e ne sono in modo speciale destinatari: ciò esige il rifiuto morale della dissacrazione e della secolarizzazione di tale unione e rafforza il vincolo stabilito dalla creazione”.

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