Homo Cyborg: Pizzetti (Univ. Torino), “fino a che punto vogliamo che i nostri dati siano conosciuti per l’interesse collettivo e fino a che punto vogliamo stare fuori del coro?”

“Il nuovo regolamento che entra in vigore oggi cambia completamente la nostra privacy, cambia la prospettiva: ha una visione molto più avanzata e coerente con l’evoluzione delle tecnologie di intelligenza artificiale”. Esordisce così Francesco Pizzetti, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino e già presidente dell’Autorità Garante per la Privacy, intervenendo al convegno “Homo Cyborg. Il futuro dell’uomo, tra tecnoscienza, intelligenza artificiale e nuovo umanesimo” in corso a Roma per iniziativa di Scienza & Vita. Al centro del regolamento, spiega, “vi è il trattamento del dato e il punto è garantire la protezione dei dati personali che tutti noi trasferiamo quotidianamente, ad esempio nelle transazioni commerciali”. Occorre pertanto “riuscire a proteggere i dati personali nella consapevolezza che senza lo sviluppo della società digitale non c’è sviluppo economico. Il grande errore che l’Europa ha fatto è non averlo capito in tempo: questa è una delle principali ragioni del nostro ritardo sullo scenario economico mondiale”. “Non possiamo rinunciare allo sviluppo della tecnologia digitale, pena la rinuncia a beni e servizi e il destino di un impoverimento progressivo – ammonisce Pizzetti – ma occorre incrementare la fiducia dei cittadini, ad esempio proteggendoli dal rischio clonazione carte di credito”. E ancora: “Chi utilizza i dati deve informare le persone che si affidano ai suoi trattamenti su condizioni, vantaggi e rischi che gli utenti corrono, prevedendo anche la possibilità che non accettino questo trattamento”. Da Pizzetti il monito a “pretendere sempre più di sapere, di essere informati, per decidere se accettare o no il servizio”. Due, prosegue, le “realtà imminenti: il ‘dateci i dati’ e abbiate fiducia in noi scienziati che li useremo solo per il bene dell’umanità”, mentre “il secondo passaggio potrebbe essere un condizionamento costante del nostro modo di vivere attraverso un controllo dei comportamenti, cosa che molte app dei nostri smartphone stanno già facendo. Il dibattito è: fino a che punto vogliamo che i nostri dati siano conosciuti per l’interesse collettivo e fino a che punto vogliamo sentirci liberi di restare fuori del coro?”.

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