Nicaragua: padre Alfaro da Masaya al Sir, “il popolo ha sopportato qualunque assedio. I nostri sono vescovi con l’odore delle pecore”

“Il popolo nicaraguense non perde la speranza, però la situazione è molto tesa e bisogna che il mondo conosca questa triste realtà che sta vivendo in questo momento il nostro popolo”. Padre José Bosco Alfaro Salazar, salesiano, parla da uno degli epicentri della protesta popolare di questi mesi in Nicaragua, la città di Masaya, culla del folclore nicaraguense. È infatti direttore del locale collegio salesiano Don Bosco. Lo sentiamo proprio nel momento in cui in città è tornata la paura: “Oggi (domenica, ndr) quando ci siamo svegliati erano in corso nuovi scontri, ma presto la situazione è tornata alla normalità”. L’attacco paramilitare, dunque non ha avuto successo.
“Ci troviamo – dice al Sir – in uno dei quartieri che sono diventati il bastione di questa protesta civica, il glorioso barrio di Monimbó. Ultimamente abbiamo vissuto di tutto: proteste civiche, scontri tra i giovani e le forze speciali e paramilitari del Governo. Il popolo ha sopportato qualunque tipo di assedio, anche per mandato del Governo sono stati organizzati saccheggi ai negozi, il mercato municipale è stato incendiato per punire questa città”.
Prosegue il sacerdote salesiano: “La città di Masaya si è protetta innalzando barricate, bloccando ogni tipo di accesso. Di positivo va registrato il fatto che è venuta la Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh), la cui delegazione ha intervistato e ascoltato le vittime, facendo rapporto all’Organizzazione degli Stati americani (Oea)”.
Come è noto, inoltre, nell’ambito del dialogo nazionale mediato dalla Conferenza episcopale, sono stati invitati nel Paese anche l’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite e la Commissione europea, perché possano verificare gli atti di violenza contro i diritti umani che qui sono stati commessi. Conclude padre Alfaro: “Anche negli ultimi giorni il popolo ha manifestato pubblicamente, con grandi marce di protesta che si sono svolte a Managua, e con due scioperi nazionali durati un giorno intero, come forma di pressione per chiedere che il presidente Ortega e la vicepresidente, la moglie Rosario Murillo, considerati ormai dei dittatori, lascino il potere”. Inoltre, con l’aggressione ai vescovi della scorsa settimana e con i recenti attacchi a varie chiese, “il governo di Daniel Ortega ha lanciato una forte e chiara minaccia alla Chiesa cattolica. Usando tutti i mezzi, vogliono che la popolazione creda che è proprio la Chiesa a promuovere la violenza. Da parte loro, i vescovi confermano ogni giorno il loro impegno a fianco della popolazione, continuando a credere nel dialogo, come ha chiesto loro papa Francesco. Gli attacchi non hanno spento la loro autorità di pastori con l’odore delle pecore, il loro stare a fianco di coloro che soffrono, delle vittime, di coloro che sono assediati dal’ideologia di un governante attaccato al potere, che ha perso tutta la credibilità, che promuove e proclama una pace camuffata”.

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