Eritrea: don Zerai, “l’Italia saldi il suo debito, aiuti la pace”

(DIRE-SIR) – L’Italia superi la brutta pagina della Diciotti e si impegni per la pace e la democrazia in Eritrea, un Paese oggi pieno di speranze, nei confronti del quale ha storicamente un debito: così all’agenzia “Dire” don Mussie Zerai, direttore di Habeshia, associazione in prima fila per i migranti e la cooperazione tra i popoli.
L’intervista comincia dalla vicenda degli oltre cento eritrei soccorsi dalla nave della Marina militare al largo della Libia ma poi bloccati per dieci giorni nel porto di Catania e accolti in Italia solo grazie all’intervento della Conferenza episcopale. Secondo don Zerai, “la crisi è stata causata dalla mancanza di solidarietà dell’Ue, che ha mostrato tutte le sue debolezze, ma anche l’Italia non ha certo fatto una bella figura”.
Il direttore di Habeshia denuncia la “chiusura dei porti” e il “blocco delle navi” da parte dell’Italia. Una politica, questo l’assunto, “che invece di favorire soluzioni colpisce chi ha già sofferto ed è vulnerabile”.
La vicenda della Diciotti, ancora una volta, sarebbe rivelatrice di un approccio sbagliato che accomuna Italia ed Europa. “I migranti non sono disperati ma persone cariche di speranza”, sottolinea don Zerai: “È la speranza di un futuro dignitoso di libertà e giustizia, senza il rumore delle bombe che cadono o l’uomo forte di turno che calpesta i diritti”.
C’è poi l’Eritrea, ex colonia dell’impero mussoliniano ma dichiarata provincia d’Italia già nel 1885 dal governo Crispi. “Centocinquantamila uomini eritrei fecero parte dell’esercito italiano, combatterono in campagne militari all’estero e versarono il loro sangue per il tricolore”, ricorda don Zerai.
“Oggi ad attraversare il Mediterraneo sui barconi sono i nipoti o i pronipoti di quelle persone, che l’Italia usò prima di gettar via”.
C’è un debito storico che Roma dovrebbe decidersi a saldare, soprattutto in questa fase, segnata dall’accordo di riconciliazione siglato a luglio da Eritrea ed Etiopia. “L’Italia fu uno dei garanti della tregua di Algeri del 2000”, sottolinea il fondatore di Habeshia: “Ora potrebbe avere un ruolo nel consolidare la pace, firmata ma tutta da tradurre in pratica, a partire dalla demarcazione dei confini”.
L’idea è che dopo le decine di migliaia di morti del conflitto combattuto tra il 1998 e il 2000, e dopo 20 anni di “né guerra, né pace”, sia fondamentale spingere sia Asmara che Addis Abeba “verso un processo democratico che garantisca i diritti di base”.
Ma i giovani che arrivano dall’Eritrea possono ancora aver diritto a forme di protezione internazionale? “L’accordo di riconciliazione con l’Etiopia sta alimentando tante speranze ma un cambiamento reale non c’è stato ancora” risponde don Zerai. La cartina tornasole sarebbe la leva, che continuerebbe a tempo indeterminato, sotto le armi o nelle tante forme di lavoro inquadrato dal cosiddetto “servizio nazionale”. “Oppositori, leader religiosi e obiettori di coscienza – denuncia don Zerai – restano in carcere in attesa di un processo e dell’entrata in
vigore di una Costituzione che definisca diritti e doveri dei cittadini”.
Un vuoto da colmare anche perché l’Italia e l’Europa possano dare il loro contributo, secondo il direttore di Habeshia: “Si parla tanto di Piano Marshall per l’Africa ma se gli investitori non sono garantiti da leggi trasparenti non rischieranno mai i loro capitali per dare lavoro in Eritrea”. (www.dire.it)

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