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Cile: disordini e morti nelle proteste di piazza. I vescovi, “comprendere il malessere, ma violenza da condannare decisamente”

“Il primo obbligo di tutti coloro che esercitano un qualche tipo di leadership nel Paese è comprendere il profondo malessere delle persone e delle famiglie che sono colpite da disuguaglianze ingiuste, da decisioni arbitrarie che li riguardano nella loro vita quotidiana e da pratiche quotidiane che considerano abusive, perché feriscono in particolare i gruppi più vulnerabili”. Lo scrive il Consiglio permanente della Conferenza episcopale cilena, in seguito ai disordini che a partire da venerdì scorso hanno provocato la morte di tre persone e hanno paralizzato la capitale Santiago, causando il dispiegamento di militari e di carri armati nelle strade e la dichiarazione del coprifuoco notturno.
L’episcopato cileno condanna “decisamente la violenza che si è verificata nella capitale del Paese con attacchi a persone, distruzione di proprietà, saccheggio di locali commerciali e privazione di centinaia di migliaia di compatrioti di un servizio di trasporto che è alla base della mobilità in città”. Allo stesso tempo, “affinché questa condanna sia efficace, dobbiamo assumerci la responsabilità di comprendere le radici di quella violenza e lavorare urgentemente per prevenirla, fermarla e generare modi pacifici per prendersi carico dei conflitti”.
È “tempo di passare dalla preoccupazione all’azione, all’accettazione e alla creazione di scenari che ci consentano di comprendere i cambiamenti che la società cilena ha vissuto, in modo che le istituzioni possano essere al servizio del bene comune, a partire dalle complesse e nuove realtà che caratterizzano la società di oggi, È tempo di guardare con verità, a faccia scoperta, le nostre ricchezze e successi, i nostri conflitti e fallimenti”. Concludono i vescovi: “Il Cile ha bisogno di un dialogo sociale incentrato sulle persone, nel loro modo di convivere e di abitare nella casa di tutti, e di un’amicizia civica basata sul bene comune, in una situazione, cioè, in cui gli attori politici, sociali ed economici possono rinunciare ai loro interessi particolari a lavorare per progetti in cui la maggior parte di noi si riconosce. Ogni connazionale ha un contributo da dare e le autorità, nei loro diversi ambiti di responsabilità, devono saper ascoltare la voce della loro gente”.

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