Fine vita: p. Casalone (Pav), “non abbandonare il malato, trattare il dolore e accogliere il limite della natura umana”

“Non abbandonare il malato è un principio profondamente radicato nell’insegnamento della Chiesa e mette in evidenza l’importanza di trattare il dolore e allo stesso tempo accogliere il limite costitutivo della natura umana”. A sottolinearlo è stato padre Carlo Casalone, gesuita e medico, accademico della Pontificia accademia per la vita, nell’intervento di questa mattina a Prato, in apertura del convegno nazionale “La spiritualità nel fine vita. Accompagnamento spirituale in Hospice e nelle cure palliative”, promosso dalla Comunità dei ricostruttori e dall’associazione Tutto è vita. “La medicina – ha osservato Casalone nel suo intervento su ‘La morte e il passaggio alla vita risorta’ – deve considerare il bene integrale della persona e fare sempre i conti con il dovere di assistere il malato visto nella sua interezza di persona”. L’insegnamento della Chiesa – ha aggiunto – è molto vasto e ricco. I principi “inderogabili”, in questo caso, riguardano il “no” all’eutanasia; ma allo stesso tempo esiste una vasta tradizione cattolica che si interroga sul senso del trattamento in relazione alle specifiche condizioni del paziente. “La morte è un evento ineluttabile e naturale, che riguarda ognuno di noi – ha puntualizzato –. Essere vicini, prossimi e solidali gli uni con gli altri, è un modo di morire che vince il fatto contingente della morte. Nella tradizione scientifica il medico certamente ha il compito di curare, però nella visione di fede è Dio a salvare ognuno di noi. La prospettiva del credente è a favore di una visione umana delle fasi finali della vita, trattando il dolore e accogliendo il limite. Prossimità e solidarietà curano nelle fasi finali della vita”.

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