Migranti: mons. Redaelli (Caritas), “non usarli come scontro politico”

(Dire-Sir) Prosegue l’intervista del direttore dell’agenzia Dire con l’arcivescovo di Gorizia, Carlo Roberto Maria Redaelli, nuovo presidente di Caritas italiana e presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute. Non pensa sia necessario un salto culturale, cambiare l’approccio quando si parla di immigrati e di accoglienza. Lo si vede: basta poco per scatenare odio e rancore e su questo consolidare consenso politico. Ci sono colpe anche di chi difende a spada tratta l’arrivo di migranti? “Il salto culturale dovrebbe consistere in negativo – risponde il presidente di Caritas – nel non usare il problema dei migranti come tema di scontro politico e questione discriminante che divide in due fazioni contrapposte e, in positivo, nell’affrontarlo nella sua complessità ben sapendo che non si può risolverlo, ma lo si può ‘governare’. Governare significa farvi fronte con la necessaria pacatezza, vedendo tutti gli aspetti della questione e cercando di fare insieme (intendo anche con altre nazioni, anzitutto quelle che compongono la Comunità Europea) i passi possibili. E ci sono passi possibili, anche se non facili, ne’ immediati: aiutare a risolvere le situazioni di guerra, di povertà, di persecuzione che sono spesso all’origine di massicce emigrazioni (si pensi a paesi come la Siria, l’Iraq, l’Eritrea, ecc.); trovare modalità di ingresso regolamentate e sicure; garantire a chi ha diritto allo status di rifugiato la necessaria accoglienza; favorire i ricongiungimenti familiari; accompagnare processi di integrazione
e così via”.

(…)

Quali le priorità del suo mandato?
“Sono convinto che la Caritas, ai vari livelli, debba certamente continuare a gestire tante iniziative per venire incontro a vecchi e nuovi bisogni e lo fa, mi pare – mi sia permesso di affermarlo con una punta di orgoglio – bene e con la disponibilità generosa di tante persone. Ma non basta. A mio parere deve investire maggiormente su quella che da sempre è una sua caratteristica: la funzione
pedagogica. La Caritas non può avere e non ha la pretesa di risolvere tutte le povertà, ma mentre cerca per quello che può
di venire incontro a molte di esse, lo fa come ‘segno’, come ‘profezia’ rivolta all’intera comunità cristiana (che non deve
delegare la ‘carità’ alla Caritas…) e anche alla società civile. Ritengo che una Caritas più libera, meno bloccata da
iniziative troppo pesanti e magari ripetitive, più agile, più aperta all’azione dello Spirito e attenta ai muovi bisogni anche
spirituali, possa fare molto bene”.

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