Migranti: Sami (Unhcr), “nessuno torni in Libia”. “Sbarco e accoglienza due passaggi da tenere distinti”

“Ci preoccupa molto il clima che si respira nei confronti dei migranti. Nel Mar Mediterraneo esiste un problema di elevata rischiosità per coloro che in mano ai trafficanti si trovano spesso alla deriva. Esiste un rischio accresciuto: siamo passati da una persona che moriva ogni 23 nel 2018 a una ogni 6 nel 2019, dovuto al fatto che non solo l’Italia ma tutti gli Stati europei hanno ritirato i loro assetti navali e in questo momento non c’è nessuno che faccia ricerca e salvataggio, eccetto le Ong che svolgono un’attività umanitaria”. Lo dice, in un’intervista al Sir sulla condizione dei minori stranieri non accompagnati (Msna), Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr per il Sud Europa. “Chiediamo, soprattutto, che nessuno torni in Libia perché significherebbe rientrare in un circuito di detenzione di massa dove vengono costantemente violati i diritti umani. E ai Paesi europei di finire questo approccio barca per barca, porti chiusi-porti aperti, ma di mettere in piedi un sistema di sbarchi sicuri condiviso da tutti i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo e un sistema di distribuzione all’interno dei Paesi. Sbarco e accoglienza sono due passaggi che vanno tenuti distinti. Questa politica dei porti chiusi non risolve il problema”, precisa Sami.
A proposito della chiusura del Cara di Mineo, evidenzia: “Abbiamo sempre sottolineato con molteplici rapporti la situazione molto critica che si era creata nel centro. Chiaramente ci sono delle persone in stato di vulnerabilità, in particolare con problemi psichiatrici, che necessitano di assistenza”. “Noi ci auguriamo – aggiunge – che a tutte le persone che abbiano un titolo a restare in Italia venga garantito il diritto di accedere all’accoglienza e al supporto. I malfunzionamenti nell’applicazione delle norme vigenti o la mancanza di informazioni tra migranti, rifugiati e richiedenti asili possono avere come conseguenza l’abbandono dei centri da parte delle persone benché abbiano diritto a essere accolte, esponendole a dei rischi”.
E sulla liberazione dei 350 migranti del campo di detenzione di Tajoura, bombardato una settimana fa, afferma: “Per noi è una decisione estremamente positiva: tra loro ci sono donne, bambini molto piccoli, bambini soli, feriti. Sono mesi che facciamo un appello affinché siano evacuati i rifugiati che si trovano nei centri di detenzione libici. Purtroppo, su questo non c’è la necessaria attenzione. Sono solo 4mila persone: chiudere i centri non rappresenta una minaccia per nessuno”.

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