Ebola: Lodesani (Msf), “epidemia fuori controllo, ampliare vaccinazioni e coinvolgere le comunità”

foto: Msf

“L’epidemia di Ebola nella Repubblica democratica del Congo è fuori controllo. I casi conosciuti stanno aumentando, ce ne sono stati più di 1.000 negli ultimi tre mesi”: a parlare al Sir è Claudia Lodesani, presidente di Medici senza frontiere Italia, medico infettivologo che ha lavorato nella risposta all’epidemia del 2014 e 2015. Ad un anno di distanza dal primo caso accertato Ebola continua a far paura. L’Organizzazione mondiale della sanità conferma oltre 2.600 casi, tra cui 1.800 morti nelle province di Ituri e Nord Kivu. Tra le vittime ci sono 700 bambini, il 57% sotto i 5 anni di età. Due settimane fa l’Oms l’ha dichiarata emergenza sanitaria pubblica di interesse nazionale. Ieri il Rwanda ha annunciato la decisione di chiudere le frontiere e anche in Sud Sudan e Uganda si è preoccupati per il rischio che l’epidemia si diffonda. Secondo i dati Onu più di 770 persone sono sopravvissute, oltre 170.000 vaccinate, 1.300 trattate con terapie sperimentali in 14 centri. “E’ la prima epidemia di Ebola in un contesto di guerra, nel nord Kivu, dove da 25 anni c’è un conflitto a bassa intensità – spiega Lodesani -. Questo rende più difficili i movimenti dei team e la vaccinazione, perché è complicato raggiungere la popolazione. Tra gli altri elementi di inquietudine c’è un primo caso in Uganda, anche se è stato subito isolato. Il Nord Kivu è una zona di commercio e le persone si muovono verso Sud Sudan, Uganda e Rwanda, per cui il rischio che sconfini in questi Paesi esiste ed è reale. Altro dato inquietante è un secondo contagio a Goma, sempre nella R.D. Congo. Sono casi scollegati tra di loro dal punto di vista della catena di trasmissione, per cui è ancora più preoccupante. Vuol dire che il virus è arrivato in una grande città, con un rischio di contagio maggiore”. Rispetto all’epidemia del 2014 e 2015, ricorda Lodesani, oggi “ci sono vaccini e farmaci che allora non avevamo”, però la mortalità “rimane elevata perché la gente viene tardi nei centri o non viene proprio – precisa -. Un terzo delle diagnosi sono fatte post mortem. E i team ci raccontano la diffidenza della comunità”. “Dal punto di vista medico – conclude – abbiamo strumenti in più ma non sono sufficienti. Bisogna cambiare strategia. Ora si vaccinano tutti i contatti dei pazienti, più i contatti dei contatti. Ma se l’epidemia non si blocca vuol dire che non funziona. Perciò stiamo chiedendo vaccinazioni a fasce di popolazione molto più allargate e che tutti gli operatori sul campo tornino verso le comunità”.

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