Papa Francesco: lettera ai sacerdoti, “nella preghiera sperimentiamo la nostra benedetta precarietà”

“Sappiamo che non è facile restare davanti al Signore lasciando che il suo sguardo percorra la nostra vita, guarisca il nostro cuore ferito e lavi i nostri piedi impregnati dalla mondanità che ci si è attaccata lungo la strada e ci impedisce di camminare”. Lo afferma Papa Francesco, nella lettera indirizzata ieri ai sacerdoti, nel 160° anniversario della morte del santo Curato d’Ars. “È nella preghiera che sperimentiamo la nostra benedetta precarietà che ci ricorda il nostro essere dei discepoli bisognosi dell’aiuto del Signore”, sottolinea.
Nella preghiera “sappiamo che non siamo mai da soli. La preghiera del pastore è una preghiera abitata sia dallo Spirito” sia “dal popolo che gli è stato affidato. La nostra missione e identità ricevono luce da questo doppio legame”.
Dunque, “la preghiera del pastore si nutre e si incarna nel cuore del popolo di Dio. Porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente che nel silenzio presenta davanti al Signore affinché siano unti con il dono dello Spirito Santo. È la speranza del pastore che confida e lotta affinché il Signore possa sanare la nostra fragilità, quella personale e quella delle nostre comunità”. Ma, avverte il Pontefice, “non perdiamo di vista il fatto che è proprio nella preghiera del popolo di Dio dove il cuore del pastore si incarna e trova il suo posto. Questo ci rende tutti liberi dal cercare o volere risposte facili, veloci e prefabbricate, permettendo al Signore di essere Lui (e non le nostre ricette e priorità) a mostrarci un cammino di speranza”.
Di qui “riconosciamo la nostra fragilità, sì; ma permettiamo che Gesù la trasformi e ci proietti in continuazione verso la missione”.
Per mantenere il “cuore coraggioso” è “necessario non trascurare questi due legami costitutivi della nostra identità: il primo, con Gesù”, “l’altro legame costitutivo: aumentate e nutrite il vincolo con il vostro popolo”. “Non isolatevi dalla vostra gente e dai presbiteri o dalle comunità. Ancora meno non rinchiudetevi in gruppi chiusi ed elitari. Questo, alla fine, soffoca e avvelena lo spirito”, avverte il Santo Padre, che ricorda: “Un ministro coraggioso è un ministro sempre in uscita”.
Per Francesco, “il dolore di tante vittime, il dolore del Popolo di Dio, così come il nostro, non può andare perduto. È Gesù stesso che porta tutto questo peso sulla sua croce e ci invita a rinnovare la nostra missione per essere vicini a coloro che soffrono, per stare, senza vergogna, vicini alle miserie umane e, perché no, viverle come proprie per renderle eucaristia”. “Il nostro tempo, segnato da vecchie e nuove ferite, ci impone di essere artigiani di relazione e comunione, aperti, fiduciosi e in attesa della novità che il Regno di Dio vuole suscitare oggi. Un regno di peccatori perdonati, invitati a testimoniare la sempre viva e attiva compassione del Signore; ‘perché eterna è la sua misericordia’”.

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