Suicidio assistito: Cantelmi (psichiatra), “risposta è vicinanza, sostegno, cure palliative e terapia del dolore”

La risposta a chi chiede di morire non è l’eutanasia o il suicidio assistito ma è fatta di vicinanza, ascolto, accompagnamento. Occorre inoltre garantire a tutti i malati terminali l’accesso a cure palliative e terapia del dolore. Ne è convinto lo psichiatra Tonino Cantelmi, che in un’intervista al Sir lancia l’allarme sul fenomeno emergente di persone con patologie mentali che in Italia chiedono la certificazione idonea per accedere a queste procedure all’estero e racconta di avere già ricevuto un paio di richieste in tal senso. Chi chiede di essere aiutato a morire, spiega, vive “in uno stato di profonda depressione e delusione nei confronti dell’umanità”; la sua è in realtà “una domanda di vicinanza e sostegno”. Nell’esprimere preoccupazione per la possibilità che un eventuale intervento della Consulta possa “legittimare” nel nostro Paese l’aiuto al suicidio, lo specialista afferma che di fronte all’aumento delle patologie mentali nel mondo “la risposta che stiamo preparando – eutanasia o suicidio assistito – è disumana”, oltre che “devastante” per  “noi psichiatri che facciamo un’enorme fatica per curare le persone e salvarle prevenendo il suicidio e accompagnandole nella sofferenza”. Di qui un grido accorato: “Non accetteremo mai di smettere di curare”.  La risposta giusta, dunque, è fatta di umanità, vicinanza, sostegno, ma anche di cure palliative che tuttavia sono a macchia di leopardo sul territorio e non costituiscono ancora un diritto effettivo per tutti i cittadini. Per Cantelmi “andrebbero incrementate e devono essere accessibili a tutti coloro che le richiedano. Abbiamo una delle migliori leggi in assoluto, ma viene disattesa e molte persone non ne conoscono neppure l’esistenza. Un’ulteriore offesa che ci indigna”.

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