Vocazione: Fasiolo (diocesi ortodossa Italia), “termine ridotto a stereotipi, ognuno è chiamato a decidere”

(da Bose) “Nel mondo attuale, anche cristiano, il termine vocazione viene ridotto ad alcuni stereotipi, ad alcune figure particolari, come il prete, il religioso. Ma questa non può essere una esperienza di vocazione. Si tratta di capire come la fede cristiana si relazioni alla ‘chiamata’ e questa venga posta al centro dell’avventura umana di ognuno, al fine di considerare la vita relazionale, professionale, famigliare, a partire dalla propria fede”. Lo ha affermato questo pomeriggio l’archimandrita Athenagoras Fasiolo, responsabile del vicariato arcivescovile di Toscana e Liguria dell’arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta, intervenendo al XXVII Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa che si conclude oggi a Bose. “Ogni essere umano – ha spiegato – deve avere la capacità di porsi in ascolto di sé stesso, di ciò che è spesso profondamente nascosto nel più intimo di ogni esistenza” perché “solo partendo dalla propria umanità, fondamentalmente di relazione, si potrà accogliere il Cristo che chiama chi vuole e che offre a chi lo segue o lo imita di andare fino in fondo al proprio cammino, per essere a immagine e somiglianza di Dio”. Ognuno quindi è “chiamato a decidere” e “questa decisione coinvolge il tutto della nostra esistenza, un cammino irto di tranelli, di cadute, di solitudine: accogliere questo ‘dono’ è un obiettivo da realizzare continuamente, è la più grande libertà di accogliere nuovamente una nascita di sé stessi, fa mettere in gioco la propria esistenza per l’altro, perché essa non esiste se non per essere trasmessa”. Fasiolo ha poi rilevato che “la chiamata è sempre e unicamente personale, ma la sua accettazione ha sempre una implicazione comunitaria”. E, soffermandosi sulla vocazione di una comunità cristiana, ha rilevato come le comunità devono “essere laboratori viventi e operanti per la salvezza e la divinizzazione dell’uomo”. “Quando una comunità diviene consapevole del reale motivo della propria esistenza, vocazione o carisma, allora – ha osservato – cessa di essere un luogo di incontro di circostanza e diviene reale centro della vita di tutti coloro che si dicono cristiani”. Invece, “le nostre Parrocchie sono divenute troppe volte luogo di incontro sterile, non troviamo la comunione ‘degli amici’ di cui parla Gesù nella Ultima Cena” così come “i nostri monasteri spesso, molto spesso non seguono la indicazione patristica di essere un ‘gruppo di amore’, e non si vedono volti sorridenti”. Per questo “c’è la necessità di una vocazione forte delle nostre comunità, che parta dalla vocazione personale di ognuno”. E ha concluso indicando “la più bella vocazione di una comunità” attraverso un episodio della gerontissa Gavrilia in India: interrogata sul perché parlasse solo inglese e non avesse mai imparato i dialetti locali per farsi più vicina ai bisognosi, disse di conoscere cinque lingue che erano il sorriso, le lacrime, il contatto, la preghiera e l’amore.

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