Papa in Madagascar: visita alla Città dell’Amicizia, “la povertà non è una fatalità”

(Foto Vatican Media/SIR)

“Ogni angolo di questi quartieri, ogni scuola o dispensario è un canto di speranza che smentisce e mette a tacere ogni fatalità. Diciamolo con forza: la povertà non è una fatalità”. È il saluto del Papa alla “Città dell’amicizia”, fondata da padre Pedro Opeka, suo ex alunno, per offrire un lavoro dignitoso ai più poveri. “È una grande gioia per me trovarmi in mezzo a voi in questa grande opera”, ha esordito Francesco, secondo il quale “Akamasoa è l’espressione della presenza di Dio in mezzo al suo popolo povero; non una presenza sporadica, occasionale: è la presenza di un Dio che ha deciso di vivere e rimanere sempre in mezzo al suo popolo”. “Siete numerosi stasera, proprio nel cuore di questa Città dell’amicizia, che avete costruito con le vostre mani e che – non ne dubito – continuerete a costruire affinché molte famiglie possano vivere con dignità!”, ha esclamato il Papa riferendosi ai 25mila abitanti di questa città speciale: “Vedendo i vostri volti radiosi, rendo grazie al Signore che ha ascoltato il grido dei poveri e che ha manifestato il suo amore con segni tangibili come la creazione di questo villaggio. Le vostre grida generate dal non poter più vivere senza un tetto, vedere i figli crescere nella malnutrizione, non avere un lavoro, generate dallo sguardo indifferente per non dire sprezzante di molti, si sono trasformate in canti di speranza per voi e per tutti quelli che vi guardano”. “Questa gente è il risultato di molti anni di duro lavoro”, l’omaggio di Francesco: “Alla base troviamo una fede viva che si è tradotta in azioni concrete capaci di spostare le montagne. Una fede che ha permesso di vedere possibilità là dove si vedeva solo precarietà, di vedere speranza dove si vedeva solo fatalità, di vedere vita dove tanti annunciavano morte e distruzione. Le basi del lavoro fatto insieme, del senso di famiglia e di comunità hanno reso possibile ripristinare in maniera artigianale e paziente la fiducia non solo dentro di voi, ma tra di voi, fiducia che vi ha permesso di essere i protagonisti e gli artefici di questa storia. Un’educazione ai valori grazie alla quale quelle prime famiglie che iniziarono l’avventura con padre Opeka hanno potuto trasmettere l’enorme tesoro di impegno, disciplina, onestà, rispetto di sé stessi e degli altri. E avete potuto capire che il sogno di Dio non è solo il progresso personale ma soprattutto quello comunitario; che non c’è peggior schiavitù – come ci ha ricordato padre Pedro – di vivere ognuno solo per sé”.

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