Cristiani si diventa

La scelta di battezzare il proprio figlio comporta un cammino di presa di coscienza del dono ricevuto e di inserimento in una comunità. Gli incontri di preparazione al battesimo, allora, sono solo l’inizio di un percorso che è chiamato a continuare anche dopo

(Foto Vatican Media/SIR)

“Io sono un credente: certo, non vado a messa tutte le domeniche ma sono un credente, come tanti altri”. Questa è la risposta di un genitore, che si è sentito punto sul vivo perché, per il battesimo della figlia, il parroco gli ha chiesto un percorso di conoscenza e di formazione. A questo papà è sembrato che questa richiesta da parte della parrocchia fosse un diniego alla sua legittima domanda. Il caso ha avuto una certa risonanza sui social, divenuti ormai il luogo privilegiato dove condividere le proprie gioie (e le proprie fatiche), e poi anche sulla stampa locale che ha titolato: “Rifiuta il battesimo a una bimba”! In realtà, la cosa in sé è molto semplice. Come di solito fanno i parroci in questi casi, è stato richiesto ai genitori un colloquio per conoscerli e per proporre loro un cammino di formazione. Come è noto, nella nostra diocesi per la preparazione dei sacramenti vi sono almeno due tipi di offerta: o il parroco propone lui stesso un percorso personalizzato per i genitori che intendono battezzare il proprio bambino oppure il cammino di formazione è condotto, in forma comunitaria, dal parroco insieme ad alcune coppie, preparate e sensibili a questo tema. Questo secondo tipo di proposta è quanto la nostra diocesi incoraggia ormai da alcuni anni, con un discreto successo, promuovendo la formazione delle coppie che aiutano il parroco. Nell’uno e nell’altro caso, a tutti i genitori è sempre richiesto un percorso di preparazione per la celebrazione del battesimo dei loro bambini: concretamente, si tratta di alcuni semplici incontri, generalmente tenuti alla sera.
Cristiani, insomma, non si nasce ma si diventa: la scelta di battezzare il proprio figlio comporta un cammino di presa di coscienza del dono ricevuto e di inserimento in una comunità. Gli incontri di preparazione al battesimo, allora, sono solo l’inizio di un percorso che è chiamato a continuare anche dopo. Da questo punto di vista, tali incontri non sono una fastidiosa “tassa da pagare”, ma un’utile opportunità offerta dalla comunità cristiana alla famiglia del bambino. Leggendo qualche commento sui social, vi è chi ha difeso il parroco, asserendo che il battesimo è una cosa seria, non un rito scaramantico né una generica benedizione che “male non fa”, e pertanto è giusto chiedere un impegno. Si potrebbe aggiungere che è giusto chiedere la fede, in questo caso non del bambino – che ancora non è in grado di intendere e di volere – ma dei suoi genitori o almeno di qualcuno della famiglia che si faccia garante di una elementare formazione cristiana del piccolo. I sacramenti sono per i credenti, cioè per chi ha incontrato Cristo e crede in lui. L’affermazione può apparire ovvia, ma in un contesto di “cristianesimo sociologico” come il nostro, in cui l’essere cattolico si confonde e si intreccia ancora con l’appartenenza ad una certa tradizione culturale, non è cosa poi così scontata. Pertanto sono necessari un minimo discernimento, una minima conoscenza reciproca, un minimo spazio di confronto… Ed è proprio questo l’obiettivo dei percorsi di formazione ai sacramenti. “Ma la Chiesa non dovrebbe accogliere tutti?”, ha obiettato il genitore. Sì, certo. Accoglie tutti e a tutti dona il vangelo di Gesù Cristo. Ma per i sacramenti, che sono momenti speciali di incontro del credente con il suo Signore, il discorso si fa più esigente, pena lo svilimento e la banalizzazione di un gesto, come il battesimo, che ci è stato consegnato da Gesù stesso. Accogliere non significa derogare alla verità dei gesti e alla serietà delle relazioni: accogliere non è un generico “abbracciamoci tutti” o facciamo finta che vada bene tutto. Nell’atto di accogliere, sia per il sacerdote sia per quanti chiedono il sacramento, devono essere punti fermi il rispetto reciproco e la verità dei segni (e dei riti). Forse ci vorrebbe un po’ più di umiltà, da parte di tutti, e riconoscere che i sacramenti – anche il battesimo – sono un dono grande e non si possono improvvisare. In un tempo di forte centratura su di sé (individualismo) e di volatilizzazione della realtà (nel mondo virtuale), va ribadito che la fede ha bisogno di confrontarsi non solo con il personale criterio di giudizio, ma anche con una effettiva comunità di credenti, che può essere povera e fragile, certo, ma in ogni caso è reale ed offre sempre un’opportunità di crescita.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

Altri articoli in Territori

Territori