Il buonsenso della carità

Quando nel nome della lotta al “buonismo” si attaccano tutte le realtà che fanno della solidarietà e della sussidiarietà il loro criterio di lavoro e di impegno sociale l’obiettivo reale non è il “buonismo” quanto la bontà tout-court. Alimentare il sospetto che tutti, dalle Ong al Terzo settore, senza risparmiare le Caritas e le realtà caritative cristiane, abbiano come fine reale il lucro è come gettare letame ovunque appestando l’aria, ovvero le relazioni sociali, che si fanno sempre più rabbiose. La Chiesa, anche le nostre Chiese umbre, senza polemica tiene il punto. La carità è un tratto distintivo dell’essere cristiani e la solidarietà fa bene alla società tutta intera.

Due scelte diverse, quelle delle diocesi di Terni e di Perugia, ma entrambe esprimono una forte critica nei confronti di una impostazione che trasforma le strutture di “accoglienza” in luoghi in cui le persone sono obbligate a passare il tempo facendo nulla e gli operatori sono ridotti a meri controllori. La diocesi di Terni fa ricorso al Tar contro il nuovo bando per l’accoglienza dei migranti mentre la diocesi di Perugia partecipa al bando impegnandosi comunque a dare ai migranti lo stesso sostegno per la cura e l’integrazione, mettendoci, economicamente, del suo. Come loro molte altre diocesi e Caritas in Italia non condividono la deriva anti solidaristica che nel nostro Paese passa dalle parole ai fatti con i provvedimenti del Governo. Su Avvenire del 27 aprile scorso l’economista Stefano Zamagni è andato all’origine di questo atteggiamento classificandolo, in modo molto significativo, con il termine greco “aporofobia” che vuol dire “disprezzo del povero”. Si tratta di un atteggiamento che si concretizza nell’odio verso gli ultimi e l’insofferenza verso chi cerca di dare risposte concrete alla povertà, al bisogno di speranza da parte dei più fragili. Si è cominciato inizio anno, ricordava Zamagni, con la minaccia sull’Ires per il non profit, inoltre la riforma del Terzo settore che “prova a trovare soluzioni a misura d’uomo alla povertà, alle migrazioni, alla domanda di futuro dei più fragili”, ancora attende una dozzina di decreti attuativi e il Consiglio nazionale del Terzo Settore, che dovrebbe essere convocato ogni tre mesi, dal giugno 2018 è stato convocato solo a metà aprile. Per non parlare dei fondi pubblici per il sociale sottratti al terzo settore per essere poi reindirizzati allo Stato.
Tra i leader politici c’è chi ha scoperto che può lucrare consenso alimentando questa guerra tra ultimi e penultimi (la classe media impoverita e impaurita), arrivando a indicare la povertà come una colpa e chi aiuta i più poveri come un profittatore. Un politico che nel suo profilo social alterna commenti spirituali a slogan politici, avrebbe commentato con sarcasmo la scelta della diocesi di Terni: “Ma la carità non era gratis? Il problema sono dunque i 35 euro?”. E non è il solo a fare di questi commenti, perché questo è il metodo: con una battuta saltare a piè pari le argomentazioni rendendo impossibile il dialogo, la comprensione dei fatti, il confronto sulle soluzioni. Ma le domande restano. Per esempio: a chi giova negare agli immigrati la possibilità di imparare la lingua e cercare un lavoro onesto? Quale “buonsenso” ci può mai essere nel tagliare i fondi a chi con i suoi servizi aiuta le famiglie?
Il problema è che i politici giocano, pericolosamente, con le parole, per cui quando nel nome della lotta al “buonismo” si attaccano tutte le realtà che fanno della solidarietà e della sussidiarietà il loro criterio di lavoro e di impegno sociale l’obiettivo reale non è il “buonismo” quanto la bontà tout-court. Alimentare il sospetto che tutti, dalle Ong al Terzo settore, senza risparmiare le Caritas e le realtà caritative cristiane, abbiano come fine reale il lucro è come gettare letame ovunque appestando l’aria, ovvero le relazioni sociali, che si fanno sempre più rabbiose. La Chiesa, anche le nostre Chiese umbre, senza polemica tiene il punto. La carità è un tratto distintivo dell’essere cristiani e la solidarietà fa bene alla società tutta intera. La chiusura egoistica dei singoli e delle società non ha futuro perché non è aperta alla vita.

(*) direttrice “La Voce” (Umbria)

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