Migranti della Piana di Gioia Tauro. Medu: “Oltre due mila persone in condizioni di grave sfruttamento”

Tanti i fattori in gioco, a partire dalle vicende degli ultimi mesi, che hanno consegnato alla cronaca la morte drammatica di quattro migranti, passando per gli effetti della legge Salvini fino alle possibili soluzioni abitative e lavorative. Due medici, due mediatori culturali, un’operatrice socio – legale, guidati da una coordinatrice. Questa l’equipe Medu impegnata tra le tende di San Ferdinando

La situazione personale e lavorativa dei migranti della tendopoli di San Ferdinando, nonostante gli sgomberi e il tentativo di dare vita a moduli abitativi più dignitosi, continua a essere precaria. A tenere alta l’attenzione è Medici per i Diritti umani (Medu), che, per il sesto anno consecutivo, ha monitorato le condizioni sanitarie e legali dei migranti della Piana di Gioia Tauro e ha affidato al V Rapporto “Terra Ingiusta” i risultati del lavoro di monitoraggio realizzato da febbraio ad aprile scorsi. Il dossier è stato presentato nella sala consiliare del Comune di San Ferdinando.

“Dopo sei anni dal nostro primo intervento il dato più preoccupante è quello dell’immobilismo. Allora ci trovavamo davanti a un migliaio di persone in condizioni di sfruttamento gravi; ora ci sono oltre due mila persone e la situazione è rimasta la stessa”, spiega Mariarita Peca, coordinatrice nazionale dei progetti Medu. Tanti i fattori in gioco, a partire dalle vicende degli ultimi mesi, che hanno consegnato alla cronaca la morte drammatica di quattro migranti, passando per gli effetti della legge Salvini fino alle possibili soluzioni abitative e lavorative. Due medici, due mediatori culturali, un’operatrice socio – legale, guidati da una coordinatrice. Questa l’equipe Medu impegnata tra le tende di San Ferdinando. Ancora forte l’eco dello sgombero avvenuto il 6 marzo scorso, soprattutto perché, secondo Peca, “questo non ha garantito soluzioni definitive”.

Numeri. Sono stati 438 i migranti ai quali Medu e A Buon Diritto hanno prestato la propria assistenza. Di questi, il 93% era titolare di un permesso di soggiorno, ma solo la metà delle persone intervistate aveva lavorato negli ultimi tre mesi e di queste solo il 60% aveva un contratto di lavoro, nella maggior parte dei casi di breve durata, anche se è stato riscontrato un aumento rispetto alla precedente rilevazione. Così,

rimane alta la fetta di lavoro grigio, cioè di irregolarità nelle buste paga, di mancato versamento dei contributi e violazione del diritto all’indennità di disoccupazione.

“Del problema dei lavoratori non si può fare carico solo il Comune di San Ferdinando o la Prefettura di Reggio Calabria”, precisa Celeste Logiacco, segretaria Cgil della Piana di Gioia Tauro. “L’aumento dei contratti registrati, che è certamente un fattore positivo, è da ascrivere anche alla legge regionale del 2016 contro lo sfruttamento e il caporalato in agricoltura – prosegue la segretaria -. Oggi assistiamo a condizioni di salario inferiore a oltre il 50% dei contratti nazionali, i migranti vengono pagati a cottimo, una cassetta di mandarini vale 1 euro, una cassetta di arance una retribuzione di 50 centesimi”. Logiacco evidenzia che “qualche piccolo passo in avanti, rispetto al passato, è stato fatto, ma non è ancora sufficiente”. Per questo – ha proseguito facendo eco anche a Vincenzo Alampi, direttore della Caritas diocesana, impegnata nel servizio nella tendopoli, “è importante lavorare in rete, insieme, perché tutte le persone che noi non riusciamo a intercettare vengano intercettate da altri attori sociali”. “Occorre un lavoro etico, in cui ognuno venga pagato a giusto prezzo”, ha aggiunto Vittorio Quaranta, responsabile del Comitato per l’utilizzo delle case sfitte della Piana di Gioia Tauro.

Tra gli altri dati rilevanti, citati nel Rapporto, anche quello per cui meno della metà dei pazienti con regolare permesso di soggiorno risultava iscritto al Servizio Sanitario nazionale, in un contesto in cui le pessime condizioni di vita hanno contribuito a rendere ancor più precarie le condizioni di benessere psico – fisico della popolazione.

Una logica nuova. “Il carattere emergenziale delle situazioni non ha portato nessuna soluzione”, ha precisato Peca: “Lo sgombero rischia di tradursi in una nuova tendopoli e continuano a essere molto carenti gli interventi istituzionali volti a cambiare pagina”. A tale rischio la coordinatrice associa anche le criticità recate dalla normativa attuale. “Se ad oggi il 93% delle persone che abbiamo visitato era regolarmente soggiornante in Italia, questo dato rischia di cambiare drasticamente nel futuro a causa del pacchetto Sicurezza, per cui la probabilità che molti perdano la regolarità è alta, con la conseguenza che ci riversa in ghetti dando vita a ulteriori situazioni di precarietà”. “Va combattuta la battaglia per garantire situazioni di dignità ai migranti”, ha aggiunto Logiacco: “L’idea è quella di fornire un supporto che non sia solo sanitario ma che miri a superare le condizioni che determinano il deteriorarsi delle condizioni psico-fisiche”, ha osservato Peca, la quale, analizzando le patologie riscontrate da Medu, ha evidenziato che queste “sono legate alle condizioni di vita, alla stagione fredda, alla mancanza diriscaldamento”.

Qualche passo, nel senso dell’integrazione, è stato fatto. “Accanto al monitoraggio abbiamo realizzato anche un’azione pilota per capire se si può trovare una soluzione alle condizioni di precarietà dei migranti”, così che “alcuni beneficiari del progetto hanno effettuato un percorso formativo nell’apicoltura, seguito da un tirocinio volto a un inserimento lavorativo”. L’obiettivo, in sostanza, “è favorire lavoro etico e agricoltura di qualità” ha spiegato la coordinatrice.

Un nuovo protocollo e le proposte. Maria Grazia Surace, dirigente della Prefettura di Reggio Calabria, ha richiamato un protocollo sottoscritto il 10 maggio scorso,“attraverso il quale siamo riusciti a ottenere impegni dalla regione Calabria, dagli enti locali e dalle associazioni sindacali”. La Regione “si è impegnata a supportare gli enti locali che realizzeranno progetti di accoglienza diffusa e mediazione legale”, promovendo, tra le altre cose, anche “il contrasto al caporalato e il recupero dei beni confiscati alla mafia”. Anche da MEDU sono arrivate diverse proposte. Come ha rilevato Peca, “la proposta è di andare nella direzione di contrastare l’irregolarità del lavoro e mettere in atto delle condizioni per una situazione abitativa dignitosa, attraverso l’abitazione diffusa. Questo è un territorio ad alto tasso di spopolamento con centri abitati semideserti e moltissime abitazioni sfitte, con un patrimonio immobiliare vuoto assai vasto. L’auspicio è che gli enti locali collaborino per permettere il ripopolamento di questi luoghi e queste abitazioni verrebbero messe a disposizione dei lavoratori stagionali con affitti calmierati”.

Fra le altre proposte – si legge nel Rapporto – “la riaffermazione del ruolo dei centri per l’impiego e l’istituzione delle liste di prenotazione per il lavoro agricolo, per consentire l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro”.

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