Il Creato al centro

L'Amazzonia brucia e con essa parte dell’aria buona del pianeta. Dopo gli incendi di agosto lo grida mezzo mondo, ma il fenomeno non è nuovo: rispetto al 2018 l'incremento dei fuochi è stato di circa il 70%. È un doppio guaio: in terra ha mandato in fumo poco meno di due milioni di ettari di foresta; in cielo ha creato una coltre nera e una produzione di anidride carbonica che accelera il cambiamento climatico. Chi ha da tempo acceso i riflettori sulla questione ambiente e su quella parte delicatissima e preziosa del mondo è la Chiesa

L’Amazzonia brucia e con essa parte dell’aria buona del pianeta. Dopo gli incendi di agosto lo grida mezzo mondo, ma il fenomeno non è nuovo: rispetto al 2018 l’incremento dei fuochi è stato di circa il 70%. È un doppio guaio: in terra ha mandato in fumo poco meno di due milioni di ettari di foresta; in cielo ha creato una coltre nera e una produzione di anidride carbonica che accelera il cambiamento climatico.
Chi ha da tempo acceso i riflettori sulla questione ambiente e su quella parte delicatissima e preziosa del mondo è la Chiesa: dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco (2015) al programmato Sinodo dell’Amazzonia (6-27 ottobre), fino alla Giornata del Creato che domenica 1° settembre celebra la sua XIV edizione dedicata a “Imparare a Guardare alla biodiversità per prendercene cura”.
Il richiamo non è fuori luogo: e per le foreste (lì si trova un terzo di quelle presenti nel pianeta) e per l’acqua (lì si trova un quinto dell’acqua dolce non congelata) e per la biodiversità naturale e umana. Sì anche umana, dato che su 34 milioni di persone che la abitano, 3 milioni discendono da popolazioni indigene, il resto è un mix di 390 diversi gruppi etnici. Una biodiversità a cui raramente si pensa.
L’uomo occidentale è solito colonizzare per standardizzare, livellare consumisticamente a sé, cosicché tutti si trovino immersi in quello stile unico e condiviso che si acquista al centro commerciale e non si eredita più, come è accaduto per millenni, da un patrimonio di usi e costumi che ci rendeva tutti unici, ogni popolo a modo suo.
Se così si può fare dell’uomo, tanto più facile è estirpare la biodiversità da flora e fauna (da lì viene il 25% delle piante usate in medicina). Papa Francesco ha fatto appello al mondo domenica scorsa all’Angelus, ma già nella Laudato si’ aveva scritto: “Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere” (cap. I, III, 33). Perdere una specie significa togliere un elemento costitutivo ad un ecosistema; significa alterare quanto il Creato aveva in sé di funzionante e perfetto. Anche l’uomo ne fa parte.
Il Papa ricorda anche che, quando si studia l’impatto ambientale di un’azione umana, lo si fa prima su base economica, poi su quella ambientale nei termini di risorse d’acqua, terra, verde. Ma chi si interroga sulla biodiversità? Il discorso è complesso, richiede lo sguardo proteso ai tempi lunghi delle evoluzioni più che a quelli umani di una risposta rapida per un veloce tornaconto.
Sono temi importanti a cui ci invitano oggi parte della società civile e da tempi più lontani la Chiesa.
Anche la Chiesa diocesana, che domenica 1° settembre ci dà appuntamento al parco delle Torrate per camminare all’alba, celebrarne l’incanto di verde e acqua, ricordarcene l’unicità.
Anche quella parrocchiale di Bibione che per tutta l’estate ha seguito il filo rosso dell’Estate responsabili, tra la Laudato Sì e il Sinodo sull’Amazzonia. E che la sera di venerdì 30 agosto ospita in anteprima Lucia Capuzzi e Stefania Falasca con il libro: “Frontiera Amazzonia. Un viaggio al centro della terra ferita”.
Anche queste proposte sono una ricchezza da cogliere per proteggere e vivere, con l’incanto di figli, le meraviglie che ci circondano.

(*) direttore “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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