Il problema rimane la classe politica

Duole constatare come un Paese che presenta eccellenti segni di vitalità in ogni campo – industria manifatturiera, piccola e media impresa, ricerca, risorse architettoniche e ambientali, solo per citare qualcuno di tali ambiti – sia prigioniera di una classe politica che non riesce a trovare altra soluzione al di fuori del ricorso alle urne. Tutti convengono che le risorse sono poche, che abbiamo un debito elevato, che per pagare meno tasse dobbiamo pagarle tutti, però, all’atto di prendere le misure concrete tutto si mette in discussione. Finché si continuerà a litigare non verrà fuori niente di buono. La formazione politica e il dialogo rimangono le sole leve vincenti

(Foto: Presidenza del Consiglio dei ministri)

I parlamentari, anche se a malincuore, hanno approvato, martedì 8 ottobre, in via definitiva, la legge che riduce il numero dei deputati e senatori da 945 a 600. Il provvedimento ha fatto esultare il Movimento 5 Stelle che, fin dalla sua nascita, ha perseguito il disegno di “punire” in tutti i modi la classe politica. Famosa è rimasta la frase di Beppe Grillo: “apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno”. Soltanto la presentazione di un probabile referendum confermativo, potrà sospendere gli effetti della riforma. Come si nota, si è mirato più a risparmiare qualche “spicciolo” che a puntare sulla funzionalità del Parlamento e sulla qualità della classe politica. Che, come è noto, non difetta tanto per il suo numero, quanto per la sua inadeguatezza a affrontare i problemi, al punto che l’Italia sembra condannata a un permanente stato di ingovernabilità. Duole constatare come un Paese che presenta eccellenti segni di vitalità in ogni campo – industria manifatturiera, piccola e media impresa, ricerca, risorse architettoniche e ambientali, solo per citare qualcuno di tali ambiti – sia prigioniera di una classe politica che non riesce a trovare altra soluzione al di fuori del ricorso alle urne. Il primo governo Conte, formato da Cinquestelle e Lega, non è caduto soltanto per evidenti differenze di vedute nei programmi, quanto per meri calcoli politici. Puntare a votare, per uno dei due partner, è stato valutato più conveniente che continuare a governare nell’interesse del Paese. La Lega di Salvini, sostenuta dalle altre formazioni di destra, già assaporava una vittoria a furor di popolo! Per fare che cosa? Anche la Lega è stata più volte al governo e i problemi sono ancora lì. La mossa dei Cinquestelle e del Pd di dare vita a un governo parlamentare – con la stessa formula istituzionale già utilizzata da Salvini e Di Maio – è stata, così, valutata dal leader della Lega come un tradimento della volontà popolare. E lì giù a strillare per ottenere giustizia! Ma quale tradimento della volontà popolare? Basterebbe ragionare, anziché strillare, per vedere tutto più chiaro. Tutto ha origine, come è risaputo, dal risultato delle elezioni politiche. Il verdetto degli elettori, espresso il 4 marzo del 2018, non aveva dato ai Cinquestelle di Di Maio e alla Lega di Salvini, la legittimazione a governare da soli. Eppure i due partiti hanno dato vita lo stesso a un governo sommando i loro voti. Analoga situazione a quella in cui si trovano oggi i partiti (Pd e M5S) che hanno dato vita, grazie alle regole costituzionali di cui ha goduto Salvini, al secondo governo Conte. Perché quello che è stato valido per il governo giallo-verde dovrebbe essere considerato eversivo per il governo giallo-rosso? Anziché strillare e montare l’opinione pubblica, basterebbe ragionare e aiutare, così, i cittadini a formarsi un’opinione fondata sui fatti e sulle regole della democrazia. Analogo discorso sull’immigrazione: anche qui le grida presentano una situazione non rispondente alla realtà. “Hanno riaperto i porti!”, continua a strillare Salvini. Nessun porto è stato riaperto: oggi, come ieri, gli immigrati arrivano spontaneamente con le barchette e molti di loro, purtroppo, muoiono prima di giungere a riva. Sono soltanto due esempi di una classe politica litigiosa e inadeguata che, in più, mostra di non avere un chiaro progetto per il futuro del Paese. Una lacuna che, purtroppo, rischia di coinvolgere anche il neonato governo Conte “Pd-Cinquestelle”, nel quale cominciano a emergere, insieme ai punti in comune, le difformità su tante materie. Ecco perché sulle misure proposte dall’attuale governo contro l’evasione, la povertà, il lavoro, il cuneo fiscale, le riforme istituzionali e gli incentivi alle imprese, spesso emergono contrasti. Tutti convengono che le risorse sono poche, che abbiamo un debito elevato, che per pagare meno tasse dobbiamo pagarle tutti, però, all’atto di prendere le misure concrete tutto si mette in discussione. Finché si continuerà a litigare non verrà fuori niente di buono. La formazione politica e il dialogo rimangono le sole leve vincenti.

(*) direttore “La Vita Diocesana” (Noto)

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