Carceri: don Esposito (cappellano Poggioreale), “la nomina di Ioia a garante detenuti segno di riscatto”. “Le persone possono cambiare”

“Voglio leggere questa nomina in modo positivo, anche come un segno di testimonianza rispetto a tutti coloro che pensano che uno che ha fatto esperienza di detenzione debba essere segnato da questo per tutta la vita, quindi escluso da una seria possibilità di riscatto, anche assumendo compiti di responsabilità nell’ambito dell’istituzione, a servizio di quella realtà da cui è venuto fuori e per la quale vuole spendere le proprie energie”. Lo dichiara don Franco Esposito, cappellano della casa circondariale di Poggioreale, a Napoli, in merito alle polemiche della nomina, da parte del sindaco Luigi De Magistris, di Pietro Ioia quale garante dei detenuti di Napoli. Ioia, infatti, è stato per oltre vent’anni in carcere anche per reati di spaccio di droga. Il sacerdote, che è anche direttore dell’Ufficio di pastorale carceraria della diocesi di Napoli, ammette di essere restato “in un primo momento un po’ perplesso dalla scelta del sindaco per questa nomina, anche perché, conoscendo diversi candidati, alcuni qualificati e anche con anni di esperienza di volontariato nelle carceri e con un costante impegno di servizio quotidiano nell’ambito del mondo del penitenziario, pensavo che uno di questi avrebbe potuto dare un ottimo contributo per quanto riguarda i diritti delle persone ristrette”. Don Esposito, però, crede “fermamente nel cambiamento delle persone e nelle potenzialità che ognuno si porta dentro, potenzialità che, se data la possibilità di esprimersi, possono dare sicuramente buoni frutti. Io dico sempre alle persone che accompagno quotidianamente in un cammino di cambiamento e di riscatto: ‘Ncopp o bancariell se ver o mast’, cioè non sono le parole che possiamo esprimere, né il consenso che riceviamo, che ci fanno capaci di essere migliori, ma l’impegno che ci mettiamo nelle cose, le fatiche e anche i fallimenti. È questo che ci rende persone migliori, uomini nuovi, capaci di rendere più bella e dignitosa la nostra vita e quella di chi ci sta accanto”.
Di qui l’invito, “a tutti quelli che oggi si ergono a giudici o che pensano cosa sarebbe stato meglio, di augurare a Pietro un buon lavoro. Per quanto mi riguarda gli offro tutto il mio sostegno e la mia collaborazione. Il compito non sarà facile ma sono sicuro che Pietro lo vorrà svolgere con umiltà, avvalendosi del sostegno di tutti quelli che ogni giorno lavorano non per i detenuti ma accanto a loro”.

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